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Afasia dal gr. phásis, parola, è la perdita parziale o totale della facoltà di comprendere e usare i simboli componenti il linguaggio, benché gli apparati di emissione e di ricezione siano integri.

Nello scetticismo antico, e particolarmente in Pirrone, l’afasia è l’atteggiamento proprio di chi, rinunciando ad affermare o negare alcunché, non si pronuncia intorno alla vera natura delle cose, che sarebbero, secondo questa dottrina, sempre incerte e indeterminabili, per aderire soltanto a ciò che è attestato dai sensi in maniera immediata. Tale atteggiamento conduce all’imperturbabilità, all’atarassia.

 

L’afasia , definita nel passato come la perdita della memoria dei simboli mediante i quali l’uomo può avere scambi di idee coi suoi simili (Dejerine), attualmente è considerata un disturbo molto più vasto. L’afasia appare infatti come una perdita più o meno completa del linguaggio, concepito non solamente come mezzo di comunicazione, ma anche come supporto all’elaborazione del pensiero.

Dal punto di vista clinico si distinguono due varietà fondamentali di afasia: l’afasia motoria e l’afasia sensoriale. La prima consiste nella perdita della capacità di espressione con la parola o la scrittura ed è legata a lesioni cerebrali variamente localizzate a seconda dell’entità del disturbo (piede della terza circonvoluzione frontale sinistra, zona sottocorticale a livello del nucleo lenticolare sinistro); la seconda, in cui manca la capacità di comprendere il significato delle parole e degli scritti ma permane la facoltà di parlare, dipende da lesioni della parte posteriore della seconda e terza circonvoluzione temporale sinistra, accompagnate o meno da una lesione della piega curva.

I diversi tipi di afasia dissociata, alessia, agrafia, afasia amnesica, nominale, sintattica, semantica, ecc., non sono altro che varietà semeiologiche non alteranti minimamente l’unità della sindrome.

Le afasie possono migliorare, e talvolta anche guarire, con un intervento chirurgico o con la rieducazione.

 

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