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La paternità del termine “crepuscolare” è unanimemente riconosciuta al critico Giuseppe Antonio Borgese, che il 10 settembre 1910 pubblica sul quotidiano La Stampa un articolo che si intitola Poesia crepuscolare, nel quale recensisce tre raccolte di versi di recente uscita: Sogno e ironia di Carlo Chiaves, Poesie scritte col lapis di Marino Moretti, e Poesie provinciali di Fausto Maria Martini.

Pur analizzando i testi separatamente, Borgese coglie in tutti e tre gli autori i segni della fine della tradizione poetica italiana romantico-decadente che da Parini arriva fino a D’Annunzio, e allo stesso tempo un’indicazione di quello che la poesia italiana diventerà in futuro. Ricordiamo che la parola crepuscolo indica infatti l’intervallo di tempo sia mattutino (prima del sorgere del sole) sia serale (dopo la discesa del sole sotto l’orizzonte) in cui la luce del Sole è visibile solo tramite la diffusione indiretta da parte dell’atmosfera.

I poeti crepuscolari si pongono in netta polemica con i grandi poeti della tradizione, perseguendo un sistematico abbassamento dei contenuti e delle forme rispetto alla lirica precedente, quella di tradizione “alta”. Ne segue il rifiuto della concezione del poeta-vate, del poeta come individuo fuori dal comune portatore di una sensibilità unica e sublime, del poeta impegnato socialmente e civilmente; la poesia diventa quindi unicamente espressione dell’interiorità del poeta, in una prospettiva intima e personale che palesa la crisi d’identità del poeta stesso, che di volta in volta vive la poesia come un pianto, un sommesso balbettio, uno sberleffo o addirittura come una grande pagliacciata La poesia crepuscolare racconta infatti le piccole cose quotidiane, con tutta la loro noia e il loro grigiore: vecchie città, ospizi, ospedali e conventi, vecchie fotografie, chiese e chiesette, e un gran numero di oggetti, quelli che Gozzano definisce “buone cose di pessimo gusto”: pappagalli impagliati, fiori in cornice, scatole di confetti vuote, frutti di marmo sotto campane di vetro, acquerelli sbiaditi, stampe, orologi a cucù. Quella dei crepuscolari è una realtà triste e melanconica, ma spesso filtrata da una componente ironica. Il linguaggio, di conseguenza, si adatta a questa scelta di voler rappresentare situazioni quotidiane, portando alle estreme conseguenze quanto già iniziato da Pascoli, che scrivendo di oggetti e tematiche in precedenza escluse dall’ambito poetico, aveva dovuto ampliare le basi lessicali del linguaggio poetico. Nelle liriche crepuscolari vediamo quindi la presenza di onomatopee, interiezioni e reticenze, insieme all’uso di vocaboli “nuovi” derivati dalle lingue straniere, dalla tecnica, dalle scienze, parole usate quotidianamente in molti ambiti e non solo dai poeti. Ricordiamo che l’onomatopea (o anche onomatopeia) è una figura retorica che, attraverso i suoni di una determinata lingua, riproduce il suono associato a un oggetto o a un soggetto a cui si vuole fare riferimento. Esempi di onomatopea sono: gracchiare, strisciare, bisbiglio, rimbombo, ecc. o alcuni suoni di animali come il “bau bau” del cane, il “miao” del gatto o il “pio pio” del pulcino. Ricordiamo inoltre che le interiezioni (o esclamazioni) sono parti del discorso che esprimono un atteggiamento emotivo; esempi di interiezioni sono i vocaboli “eh!”, “boh!”, “ahimè!” ecc. Ultimo chiarimento: la reticenza (dal latino “reticere” tacere) detta anche aposiopesi o sospensione, è una figura retorica che consiste in un’interruzione improvvisa del discorso, per dare l’impressione di non poter o non voler proseguire, lasciando intuire al lettore o all’ascoltatore la conclusione, che viene taciuta deliberatamente per creare una particolare impressione. Lo stile della poesia crepuscolare tende ad avvicinare la poesia ai modi della prosa, ed è quindi molto semplice, privo di solennità e oratoria; non a caso, infatti, Gozzano intitola la sua raccolta più famosa, semplicemente, I colloqui. Inoltre è tipico di quasi tutti i crepuscolari l’utilizzo diffuso di diminutivi e vezzeggiativi, quasi a voler ridurre la portata di quello che raccontano nei loro versi, anche a livello di quantità e dimensioni.

Come in narrativa Pirandello, Svevo, e altri rappresentano la figura dell’inetto, così i Crepuscolari, tramite le loro poesie, ci raccontano un’analoga condizione di inettitudine alla vita, fatta di accidia, indifferenza, spleen, noia, che oggi chiameremmo (forse) depressione. Gozzano, ad esempio, si sente un inetto, un non adatto alla vita, visione motivata sia dalla profonda crisi ideologica cui abbiamo accennato, sia (nello stesso Gozzano ma anche in Corazzini) da condizioni di vita particolarmente difficili, soprattutto a causa della malattia; entrambi, infatti, moriranno in giovane età a causa della tubercolosi.

 

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