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Dante Alighieri

Non ci è dato conoscere esattamente quando Dante abbia iniziato a scrivere il suo poema; Boccaccio afferma che aveva già iniziato a comporre i primi sette canti dell’Inferno, a Firenze, negli anni precedenti all’esilio e ce la moglie Gemma Donati glieli fece pervenire mentre si trovava ospite in casa Malaspina. Di sicuro possiamo ritenere che il grandioso progetto era nato nella mente del poeta molto tempo prima che cominciassero le sue vicende di esule e che via via si sia venuto maturando e perfezionando. Nel 1313 forse era già conosciuta la prima cantica e nel 1320 la seconda, come si apprende dal Carmen di Giovanni del Virgilio che lo cita; il Paradiso, invece, fu terminato nel 1321, anno della morte, e fu pubblicato molto probabilmente da Cangrande della Scala. Ciò che a noi interessa, però, è la genesi spirituale dell’opera, che traeva le sue profonde ragioni dall’ansia e dal desiderio di Dante di sistemazione e di ordine delle cose umane e terrene all’interno di una complessa, ma compatta e unitaria struttura poetica e nello stesso tempo razionale e filosofica.

Il problema dell’ordine provvidenziale

Le istanze esistenziali, la sete di provare e dimostrare l’ordine provvidenziale dell’universo in cui ciecamente credeva, la fede salda radicata nel suo animo, la convinzione morale rigorosa e indissolubile dalla concezione politica, erano state alla base di ogni opera precedente e avevano presieduto ogni suo lavoro ma ancora non aveva trovato la realizzazione di quel ruolo intellettuale ed etico che egli sentiva intensamente di dover svolgere nella società presente, né soprattutto aveva trovato il genere letterario che gli potesse consentire di esplicare quella missione profetica rivelatrice che lo agitava dall’interno e che lo proiettava non solo verso gli uomini contemporanei, ma anche verso quelli del futuro, dei quali fu sempre preoccupatissimo.

Il teocentrismo

Malgrado la sua opposizione al potere teocratico della Chiesa e alla teoria teocratica in generale, Dante fu sempre convinto assertore del teocentrismo, persuaso che l’esistenza fosse un itinerario verso Dio e che la pagina terrena, che l’uomo era chiamato a vivere, fosse un pellegrinaggio, un esilio. La corruzione dei tempi offendeva la sua coscienza, il decadimento dei costumi lo portava ad avere previsioni apocalittiche, l’urgenza di una conversione degli uomini e di una rigenerazione della società lo incalzavano, come stimoli pressanti, per di più la stessa verifica della propria esistenza giovanile lo deludeva profondamente e lo spingeva a condannare ‘severamente se stesso, a giudicarsi un peccatore. Da questa inquietudine intensa, da questo bisogno di conversione personale, come esempio di conversione per gli altri uomini, da quest’ansia di purificazione e di emendazione della realtà nacque il disegno della Commedia, come itinerario di fede, suo personale, ma anche come cammino da indicare a tutta l’umanità, per redimersi e ritornare ad uno stato di grazia.

“Nel mezzo del cammin”

Il preambolo che all’inizio del poema Dante fa, circa la propria età ( Nel mezzo di cammin di nostra vita») e lo smarrimento nella « selva oscura» ci fornisce ulteriori dati per ricostruire i preliminari dell’opera: il poeta doveva avere trentacinque anni, si considerava dunque a metà dell’età media dell’uomo e si sentiva certamente ancora irretito in un’esperienza peccaminosa, o comunque al di fuori della rigida linea morale che si era andato costruendo nel tempo, linea che conduceva ad un punto sommo, in cui tutto convergeva e trovava la sua ragion d’essere, cioè Dio. A de cosa si riferisca effettivamente l’allegoria della «selva oscura» è difficile stabilire probabilmente alla, giovinezza trascorsa un po’ goliardicamente, con molti amici e molti amori, fino all’apparizione della «gentilissima» Beatrice, che divenne ispiratrice e guida della sua vita; o forse la selva oscura e lo sbandamento morale in cui cadde dopo la morte di Beatrice, che ella gli rimprovererà nel Purgatorio, precisamente nel Paradiso terrestre (canto XXXI).

Il peccato giovanile

Le ipotesi possono essere varie, di certo rimane il fatto che egli si condannava per una pagina negativa dei suoi anni giovanili, che nessuno potrà identificare con esattezza, con un episodio preciso, ma che senz’altro doveva riguardare un suo abbandono eccessivo ai beni mondani, da intendersi non soltanto come amori, dissipazioni, beghe politiche, ma attrazione per il razionalismo, la filosofia e la scienza. Nella Vita nova, del resto, egli aveva annunciato, alla fine del lavoro, che un’altra donna, un altro amore lo avevano preso, alludendo alla filosofia, come si chiarisce poi nel Convivio. Ciò lo aveva in qualche modo allontanato da Dio e Dante se lo rimproverava al punto da desiderare un’ascesa, una risalita del colle della grazia, per uscire da una condizione di pericolo per la sua anima.

Il viaggio

L’idea del viaggio, quindi, come iter verso Dio, attraverso un percorso che consentisse una graduale presa di coscienza del male, del mondo e dell’individuo, per arrivare alla totale purificazione  alla beatitudine della contemplazione di Dio, si collocò come idea centrale nel programma dantesco e come ferma volontà di compiere, mediante tale viaggio, un riscatto autentico, non solo immaginario, per sé e per tutti gli uomini. L’autore divenne così protagonista e il lavoro di scrittura si propose al suo ideatore come un’esperienza, straordinaria e vera, di redenzione personale e universale. Infatti, non v’è dubbio che mentre Dante, nella Commedia, come autore-viaggiatore, narra di sé, il viaggio si viene dinamicamente realizzando, momento per momento, come trasformazione e crescita spirituale di Dante stesso, il quale al termine dell’iter, sarà molto diverso, migliorato, rinnovato e rigenerato, uscito e scampato al pericolo, per raggiungere il possesso del bene e la liberazione definitiva dal male.

Discendono da questo carattere dinamico del poema, e dalla sua configurazione  come viaggio, due intrinseche necessità che presiedettero alla sua composizione: prima di tutto la necessità sentita dal poeta di sottolineare sempre l’eccezionalità della sua esperienza in quest’opera, di aver avuto l’occasione di apprendere, nel corso del tragitto, tante verità, di vario ordine (cosmologico, filosofico, morale,  religioso, politico, teologico ecc.) e di averle potute svelare agli uomini contemporanei e futuri; inoltre la necessità di mostrare il valore profetico delle sue parole, credendosi e presentandosi sempre come ispirato da Dio, anzi, a tal fine, le stesse invocazioni alle Muse e ad Apollo sono un seguo ed una prova della forza divina ispirante in cui ebbe fede il poeta. Si spiega quindi la visionarietà della Divina commedia, da intendersi certamente come una categoria interna a Dante: è sì la sua immaginazione, ma è anche la sua facoltà di credente che sommuove e agita la sua « alta fantasia», fino al punto di trasformarla in capacità visiva, o meglio visionaria. Tutto ciò che Dante vede nel mondo ultraterreno, lo vede veramente, sia pure con la sua mente, e lo rappresenta come reale ed autentico, riuscendo ad impressionare fortemente prima se stesso e poi i lettori.

 

La visione

Il viaggio è quindi soprattutto visione, non solo in senso lato, cioè visione profetica delle verità di fede, delle cause storiche, morali, politiche e religiose degli eventi, ma anche visione in senso stretto dei luoghi, delle anime, delle pene, delle beatitudini, dei dannati, dei purganti, dei beati, dei diavoli e degli angeli, dei santi e di Dio.

Da tali visioni e per mezzo di esse si realizza un apprendimento ampio, costante e comprensivo di ogni sapere, che ingigantisce ad ogni passo la figura di Dante, rendendola colossale e profetica, partecipe di un disegno divino che si compie in un’opera di scrittura, ma supera i confini del puro «letterario » per porsi come realizzazione di un piano universale di salvezza collettiva dell’umanità. Soltanto ad esseri eccezionali poteva essere concesso di divenire collaboratori e partecipi di un progetto divino, di un simile viaggio, e perciò Dante ribadisce il carattere dell’eccezionalità del viaggio, quando nel secondo canto dell’Inferno, si richiama a due personaggi della portata di Enea e San Paolo, che poterono, prima di lui, compiere lo stesso cammino ultraterreno, avendo una missione precisa, l’uno, politica (Enea scende nell’Averno per incontrare il padre Anchise che gli svelerà i segreti della discendenza romana a cui egli darà origine) e l’altro, religiosa (San Paolo discende all’Inferno perché dovrà rendersi conto, come si legge nel libro dell’Apocalisse, dei peccati del mondo, per attuare il suo apostolato). Dante riunirà in sé la missione di Enea e di Paolo, perché in virtù della grazia elargitagli da Dio, il suo eccezionale viaggio si svolgerà oltre che in funzione della sua personale salvezza, in funzione di quella universale degli uomini e, ancora, Dante, poeta-profeta, mediante la visio corporalis, poiché compie il viaggio in anima e corpo, potrà partecipare a tutti la rivelazione delle profonde verità conosciute.

Il significato del titolo Commedia

In quanto il viaggio doveva partire da una situazione difettosa e negativa, rappresentata dal peccato dalla selva oscura per concludersi con un lieto fine, cioè il raggiungimento del Sommo Bene, Dante intitolò il poema Commedia spiegando nell’epistola XIII a Cangrande della Scala, che si chiama invece tragedia un’opera che si conclude tragicamente (divina la definì, in seguito, Boccaccio, per la materia di cui trattava e per l’alto valore poetico).

La struttura del poema

La_struttura del poema è meravigliosamente unitaria, architettonicamente concepita come un complesso monocircolare di triplice livello: geografico-cosmologico, morale-religioso, storico. Potremmo dire che c’è una geografia fisica, della Divina commedia, una geografia metafisica e quindi morale e teologica, infine una geografia storica, direttamente riferibile al tempo di Dante, anche se sempre proiettata in un’ottica futura, perché profetica. Proprio dalla diversità e complessità della struttura, che rispondeva ad un’intima esigenza del poeta, legata a quella sua aspirazione all’unità e all’ordine (che, se vogliamo, erano anche le due categorie più tipiche della generale tendenza di tutta la cultura del Medioevo) derivano le diverse chiavi di lettura dell’opera, che poi non sono altro se non gli stessi quattro sensi della scrittura di cui il poeta aveva parlato nel Convivio): il senso letterale, per cui interpretiamo i versi che leggiamo in base al loro esplicito significato, traducendo letteralmente le parole e le immagini; il senso allegorico, che è quello più ampio e tipico del poema, in base al quale riusciamo a comprendere ciò che il diffuso simbolismo dell’opera vuol significare e il vero messaggio che il poeta ci vuol consegnare; il senso morale che non è racchiuso nelle singole parole o nei singoli versi, ma si estende a tutti i canti, alle figure, alle scene e all’intero poema, al viaggio stesso di Dante; il senso anagogico, vale a dire il significato universale di quanto il poeta ha scritto.

La Commedia e la Bibbia

Del resto, anche nell’epistola a Cangrande della Scala, Dante conferma che il significato dell’opera non è semplice perché essa è a carattere polisenso, cioè ha
più significati: il primo si definisce letterale, gli altri sono l’allegorico, il morale o anagogico. Per meglio chiarire inoltre la scrittura del poema, nella stessa epistola veniva citato questo versetto biblico: «Quando Israele uscì dall’Egitto e la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, la nazione giudaica fu consacrata a Dio e dominio di Lui divenne Israele». Con ciò viene stabilita una stretta relazione tra la Commedia e la Bibbia, secondo l’uso medioevale, quindi viene ribadito il valore essenzialmente spirituale del lavoro.

Riguardo poi al versetto citato, se lo consideriamo alla lettera, esso ci parla dell’uscita dei figli di Israele dalla schiavitù dell’Egitto ai tempi di Mosè, se ne cogliamo l’allegoria, vediamo la rappresentazione della nostra redenzione operata da Cristo; se, infine, ci soffermiamo sul significato morale, quel versetto allude alla conversione dell’anima che dalla miseria del peccato perviene alla grazia e di conseguenza, il significato anagogico è il passaggio dell’anima santificata, dalla servitù alla libertà della gloria eterna.

Tutto il cammino di Dante, dunque, attraverso i tre regni, va letto secondo quanto egli stesso propone, un cammino di liberazione, in exitu Israel de Aegipto, dalla «selva oscura», alla luce immensa dell’Empireo. La materia del poema verte sì sulla condizione delle anime dopo la morte, in base al senso letterale, ma in base agli altri sensi, coinvolge come soggetto in prima persona l’uomo, che col suo merito, o la sua colpa, tramite il libero arbitrio, merita il castigo o il premio divino. Sempre nell’epistola, Dante dà al poema il titolo, con un’espressione latina, che tradotta, suona così: «Qui comincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino per nascita, non per costumi». Emblematico il riferimento alla sua patria, che mette in evidenza tutto l’amaro risentimento e l’astio che egli prova per una città che pur tanto ama e che vede precipitata nella corruzione politica e morale.

Sposta poi l’attenzione il poeta, nella sua lettera-trattato a Cangrande, sulle differenze tra la commedia e la tragedia, precisando la diversità dei due stili: elevato e sublime quello della tragedia, umile e dimesso quello della commedia, secondo i dettami dell’Ars poetica di Orazio.

 

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