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I volgarizzamenti

Come si è visto dai primi esempi di prosa italiana in volgare (i volgarizzamenti, gli exempla, i trattati di retorica) si formarono sin dall’inizio due indirizzi: uno decisamente narrativo, che puntava al racconto, recuperando l’antico modello della parabola e quello più moderno del fabliau francese, l’altro retorico-moraleggiante che si prestava molto bene alla divulgazione didattica, o anche all’educazione filosofica e religiosa. Infatti, i due filoni si svilupparono in modo autonomo ed ebbero un’evoluzione differente, perché il primo si incanalò ben presto nella novellistica, che, esplosa col Boccaccio, era destinata ad avere grande successo in seguito, oltre che nel corso di tutto il Trecento, il secondo, pur ramificandosi in vari rivoli, come la prosa oratoria, giuridica, storiografica e filosofica, trovò nel Trecento la sua più efficace espressione nei trattati religiosi, finalizzati alla predicazione, nelle lettere (specialmente di alcuni scrittori illustri come il Petrarca) e nelle cronache, da considerarsi il più autorevole ed artistico esempio di storiografia medioevale.

Il modello dantesco

E’ singolare il fatto che sul lato linguistico il grande modello che influì sulla prosa del Trecento fu Dante, che era stato un poeta e non un prosatore (o per lo meno, non altrettanto valido prosatore come era stato sublime poeta). Il fenomeno si può facilmente spiegare però, se si tiene presente che fu la poesia dantesca a creare l’impianto autentico di base della lingua italiana e che fu quindi Dante a fornire agli scrittori il binario di stile per la prosa, mentre sulla poesia, oltre alla tradizione lirica già consolidatasi nelle scuole poetiche (dalla siciliana al «dolce stil novo»), sarebbe stato soprattutto il Petrarca a stabilire i moduli linguistici e stilistici per i poeti lirici futuri; si può dunque dire che mentre la lingua della prosa italiana discende da Dante, quella della poesia (in particolare della poesia lirica) discende da Petrarca.

La trattatistica religiosa

Riguardo alla prosa volgare non c’è dubbio che un genere attraverso il quale essa si venne affinando fu la trattatistica religiosa, in forma di predicazioni rivolte ad un pubblico incolto. Vanno ricordati tre autori in particolare: Giordano da Pisa, Jacopo Passavanti e Domenico Cavalca.

Giordano da Pisa (1260-1311) compose prediche che rispecchiano in pieno lo stile domenicano e hanno un intento essenzialmente divulgativo. L’autore fu un domenicano di grande cultura e, nei primi anni del Trecento, insegnò a Firenze, in S. Maria Novella; nella sua scrittura ricorre spesso all’esempio e cerca di adeguarsi ai tempi e alla nuova mentalità della borghesia, attenta soprattutto ai fatti e ai riferimenti precisi che potessero documentare ogni discorso teorico.

Jacopo Passavanti
Jacopo Passavanti

Anche Jacopo Passavanti fu un domenicano (1300-1357), nato a Firenze e raccolse sue prediche nello Specchio di vera penitenza, dopo averle effettivamente svolte nel quaresimale del 1354; la sua caratteristica consiste nell’uso sistematico degli exempla, che non sono altro che novelle, necessarie per dimostrare l’efficacia dei suggerimenti che egli intendeva dare, o per sostenere la negatività di alcune azioni. Tanto più è da notarsi questa peculiarità della novella presente in un libro di prediche, se si considera che proprio in quel tempo si andava diffondendo la novella profana grazie al Decameron; tra l’altro, si sa che Passavanti conobbe ed incontrò il Boccaccio, per concordare con lui alcuni, temi narrativi che intendeva usare.

Domenico Cavalca (1270-1342) di Vico Pisano predilesse il genere di scrittura più propriamente agiografico e infatti scrisse opere come le Vite dei Santi Padri e il Pungilingua rielaborando storie che circolavano nell’ambiente monastico e raccolte agiografiche di antica tradizione. In una prosa limpida e chiara, il Cavalca propone come modello di perfezione l’esempio dei Santi Padri che pervennero alla santità attraverso l’esperienza della vita e del peccato, da cui seppero risollevarsi.

I fioretti

Sempre nell’ambito della prosa religiosa deve essere inserito il volgarizzamento di un’antologia degli Actus beati Francisci et sociorum eius (Atti del beato Francesco e dei suoi compagni), composta alla fine del Duecento. Si tratta degli episodi della vita del santo narrati sotto il titolo di Fioretti di san Francesco tra il 1370 e il 1390, attraverso i quali vengono esaltate le virtù di questo santo, straordinario per la sua semplicità ed umiltà. Il tono è fiabesco, lo stile conciso, essenziale e spontaneo, adeguato ad una narrazione ingenua e sentita, che tende a seguire l’indirizzo di una religiosità moderna, fondata sul senso della perfetta letizia francescana, piuttosto che sul timore della pena per il peccato. L’autore tuttavia è anonimo e difficile da identificare.

Sulla stessa linea dei Fioretti si può mettere un altro scritto anonimo, la Vita di fra Michele minorita, che racconta la vita povera e il sacrificio del frate minore Michele Berti da Calci, giustiziato come eretico a Firenze, nel 1389, vittima del rigorismo del movimento francescano nel panorama delle polemiche intorno all’ordine.

L’epistolografia

La prosa in volgare, come si è detto, si consolidò anche attraverso l’epistolografia, genere importante essendo l’unico canale di comunicazione nelle distanze, genere destinato a non tramontare mai per diversi secoli e che traeva le sue origini direttamente dalla classicità, poiché fiorente presso i latini e i greci. Ovvia mente lo stile delle lettere fu determinato dalla destinazione di esse, mutando a seconda del destinatario e, quindi, del contenuto. Quale illustre precedente potremmo citare le lettere già menzionate di Guittone, prevalentemente di tono politico; non meno importante ed autorevole fu il carteggio di Dante, basti ricordare la lettera a Cangrande, in cui gli mostra i fini della Commedia, quella ai cardinali italiani in occasione del conclave per eleggere il successore di Clemente V e quella all’amico fiorentino, con il rifiuto di accettare le condizioni impostegli per rientrare a Firenze.

Notevole l’epistolario del Petrarca, che oltre a rappresentare un esempio dall’umanesimo del poeta, essendo in latino e sul modello ciceroniano, fornisce importanti documenti di carattere autobiografico; tuttavia non costituisce per noi nessuna prova ai fini dell’evoluzione della prosa, non essendo composte, queste lettere, in volgare. Rilevanti sono invece, a tale riguardo, le epistole di Giovanni Colombini, mercante senese della seconda metà del secolo XV, che si dette improvvisamente alla vita religiosa, nel 1355, organizzando un nuovo ordine detto dei «Gesuati», improntato al misticismo. Prima di ottenere, con molta fatica, l’approvazione papale, fu persino cacciato dalla città, ma il suo ideale alla fine venne riconosciuto. Le Lettere vennero indirizzate quasi tutte alla badessa di Santa Bonda, per sottolineare la propria scelta di vita, e per esprimere con parole ardenti il desiderio di carità, di gioire in Cristo e consolare con l’amore e l’accettazione costante le miserie e le tribolazioni. Sulla sua scia si pose un suo proselito, Bianco da Siena, che fece parte dello stesso ordine dei Gesuati e che, proprio ispirandosi alle lettere del Colombini, compose lirica religiosa e lasciò una raccolta di laudi. Assai più significativa sia sul piano stilistico, sia su quello contenutistico, fu la prosa

Santa Caterina
Santa Caterina

epistolare di Santa Caterina da Siena (1347-1380), che nelle sue 381 lettere offrì un raro esempio di eloquenza non retorica, ma sorretta da un forte pathos ed una vigorosa immaginazione. Entrata da giovanissima nell’ordine domenicano delle Mantellate, dedicò tutta la sua vita al tentativo di porre pace tra le fazioni e le famiglie in lotta, in modo particolare all’impegno di far ritornare il Papa a Roma, dalla sede di Avignone. La scrittura di Caterina nasceva dalla profonda fede e sebbene non fosse sostenuta da una grande cultura letteraria, ottenne incredibili effetti sugli stessi destinatari, sul Pontefice Clemente VII per esempio, al quale inviò delle pagine calde di fervore e di supplica, perché tornasse dall’esilio di Avignone.

Per convincere specialmente i grandi personaggi ad intraprendere alcune battaglie generose ed importanti a vantaggio della fede, della giustizia e della pace, usava immagini spesso militari, sempre animandole con quello straordinario misticismo che la caratterizzava e che traboccava dalla piena del suo animo, acceso d’amore per Cristo, da lei sempre considerato « sposo» fino alla morte. Qualche volta sfiorò l’enfasi oratoria, riscattandosi, comunque, con la sincera commozione del tono.

Le cronache

I cronisti della vita politica e civile si distinsero in modo singolare tra la seconda metà del Duecento e nel corso del Trecento, perché con lucidità ed esattezza si sforzarono di riportare in cronaca i fatti che accadevano nelle città, pur senza riuscire a cogliere i nessi di causalità e le motivazioni storiche profonde che presiedevano allo sviluppo degli eventi.

Gli scrittori duecenteschi tennero soprattutto presenti gli schemi degli autori classici, Sullustio, Livio, Lucano, insistendo su di un rapporto continuo tra la civiltà presente e quella passata, ravvisando anche tracce dell’eredità romana, nei costumi e nelle tradizioni, volutamente perché si potesse dare un certo rilievo alla storia cittadina. Il passato, quindi, si poneva in una prospettiva quasi trasfigurata, come patrimonio privilegiato da custodire e rispettare. Il passato remoto, del resto, veniva affidato a citazioni esemplificative frequenti che servivano a stabilire dei raccordi con il presente. Man mano che ci si avvicina al Trecento, l’attenzione si sposta dagli avvenimenti alle persone e il filo con la storia romana si fa più tenue, mentre la stessa struttura del racconto cambia fisionomia, assumendo quella tipica del ritratto o quella più ampia, della forma celebrativa, come il Liber di Filippo Villani o l’anonima Vita di Cola di Rienzo, notevolmente esaltativa. Rimane ancora il mito del classicismo, ma in una sorta di singolare umanesimo che si accentra non più intorno all’ideale della città, bensì all’ideale della personalità umana. Tra i cronachisti si distinsero per originalità, professionalità e arte Dino Compagni e Giovanni Villani.

Dino Compagni
Dino Compagni

Dino Compagni nacque a Firenze tra il 1255 e il 1260 da una famiglia popolare di parte guelfa e partecipò alle vicende politiche del Comune divenendo capitano di Or San Michele, priore, gonfaloniere di giustizia e consigliere di Giano della Bella. Subì un processo dopo l’espulsione di Della Bella da Firenze, ma, assolto, divenne priore per la seconda volta (1301), finché non venne definitivamente allontanato dal governo, per le simpatie dimostrate ai Bianchi nella loro costante opposizione al Papa. Continuò la sua vita a Firenze, in disparte fino alla morte, avvenuta nel 1324. Fu, come si è visto dalle date, contemporaneo di Dante. Quel periodo, assai caldo per il Comune fiorentino, Compagni fermò nelle sue cronache, precisamente nella Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, in tre libri, scritti dal 1310 al 1312, intorno agli avvenimenti dal 1280 alla discesa di Arrigo VII in Italia, nel 1312. I caratteri della scrittura di Dino Compagni sono da ricercarsi innanzitutto nel rigore con cui registra i fatti, attraverso accuratissime descrizioni, che non sono mai pedanti, ma essenziali e scrupolose al tempo stesso, specie quando riguardano battaglie (eccellente la descrizione della battaglia di Campaldino del 1289); inoltre, nel metodo, che non è più quello annalistico, conforme ai modelli classici, ma mira alla contemporaneità, perché la narrazione si offra come autentica testimonianza, di cui lo scrittore è stato protagonista. Questo favorisce non solo l’assoluta veridicità delle pagine, ma la spontaneità del tono con cui procede il racconto. Si avverte, d’altra parte, il moralismo civile del Compagni, nel guardare agli eventi del suo tempo e della sua città, perché tende a riportare tutto ad un ampio disegno morale, provvidenziale, quasi al pari della visione dantesca, in cui ogni cosa trovi la sua giustificazione e spiegazione. Traspare con evidenza, però, anche il conservatorismo del cronista, il quale aspira al raggiungimento di un equilibrio da parte delle classi sociali e si oppone fieramente al prepotere della borghesia mercantile e al ceto magnatizio delle famiglie bancarie, che schiacciano il popolo e impediscono una partecipazione attiva delle arti minori al governo. Compagni, in questa sua visione, pur perseguendo un grande impegno di verità da comunicare agli altri, non mostra di avere piena coscienza dell’evolversi dei tempi, forse perché non si rende conto che la realtà trecentesca marcia in una direzione opposta alle sue aspirazioni democratiche e popolari; si va incontro, infatti, all’affermarsi graduale del primato di una aristocrazia cittadina, cioè verso la formazione delle Signorie.

Il provvidenzialismo domina e riscatta la parzialità della visione storica, ma non impedisce al Compagni di avere delle punte di drammatico pessimismo, nel descrivere l’inarrestabile decadenza del Comune, quindi dei costumi e della morale della sua città. Responsabile di ciò è naturalmente per lui, la politica dei Neri, contro la quale si scaglia con fervore toccando, nelle sue invettive ai cittadini « iniqui» di Firenze, persino la corda della profezia apocalittica, nell’annunziare, con l’arrivo di Arrigo VII gravi punizioni e aspri malanni. E sempre salva, comunque, in ogni caso, la verità descrittiva, posta nella cronaca, come verità vissuta e sperimentata.

Vicina ad una storiografia più moderna è senz’altro, invece, la Cronica di Giovanni Villani, nato a Firenze intorno al 1275. Entrato a far parte della compagnia bancaria dei Peruzzi, ricoprì importanti incarichi a Roma e a Bruges, acquistando una grande esperienza finanziaria. Tornato a Firenze, esercitò la professione mercantile, partecipando attivamente alla vita pubblica, come priore, per tre volte, magistrato e camerlengo del Comune, nonché responsabile della politica cittadina, durante le guerre contro Pisa e Perugia. Fu persino preso come ostaggio da Mastino della Scala, nel corso delle trattative con Firenze, per l’acquisto di Lucca; passato
alla compagnia dei Bardi, venne travolto dal suo fallimento e incarcerato sotto l’accusa di insolvenza di debiti. Morì di peste nel 1348.

La Cronica è in dodici libri, che non seguono avvenimenti solo contemporanei, come quelli del Compagni, ma narrano dalla distruzione della torre di Babele, fino all’arrivo in Italia di Carlo d’Angiò. Il disegno dell’opera è prevalentemente a carattere informativo, consistendo nella descrizione di eventi che vengono prospettati secondo un’ottica convenzionale e provvidenziale, come già nel Compagni. Manca però la testimonianza diretta, sostituita da una retrospettiva storica e cronologica. Del resto lo stesso Villani dichiara che vuole dare esempio a quelli che saranno delle mutazioni e delle cose passate, e le cagioni e perché» affinché i lettori apprendano le virtù ed evitino i vizi; intento anche qui, moralistico, che giustifica la narrazione. Malgrado, però, un apparente e maggior distacco dagli avvenimenti, rispetto al Compagni, visibile anche dalla mancanza di passionalità di parte, motivata dal fatto che egli non partecipò alle lotte dei Bianchi e Neri, appaiono abbastanza scoperti i sentimenti del cronista. Per esempio la sua predilezione per Firenze, nel panorama delle rivalità provinciali, alimenta un certo tono esaltativo e celebrativo, nonché la sua tendenza a riportare tutto all’ira divina, sia mali fisici come la peste, sia mali o guasti politici e sociali, oppure a compiere continue verifiche economiche e finanziarie, che rientravano nelle sue precise competenze. La Cronica è tuttavia fonte minuziosa di notizie, perché il Villani riferisce scrupolosamente, e ottima raccolta di documenti e dati statistici, economici, folcloristici.

Piana, chiara, regolare, la prosa del Villani offre un valido esempio di stile, aprendosi alla grande lezione dei classici, per la disposizione all’analisi, lontana da ogni drammaticità e passionalità.

Tra i cronisti minori ricorderemo Gino Capponi, Donato Velluti, Leonardo Frescobaldi e Goro Dati.

Gino Capponi (1350-1421) scrisse i Commentari del tumulto dei Ciompi, mostrandosi completamente sfavorevole al moto popolare che gli apparve come una pericolosa minaccia per la classe della ricca borghesia a cui egli apparteneva; infatti, durante la rivolta egli aveva perduto numerosi averi e si sentiva quindi vittima in prima persona.

Donato Velluti (1313-1370), invece, compose una Cronica domestica, in tono molto vivace, traendola dai margini dei libri contabili, dove per un’usanza del tempo, spesso venivano trascritte vicende patrimoniali o illustri fatti di qualche casata.

Leonardo Frescobaldi, fiorentino, vissuto nella seconda metà del Trecento, scrisse Viaggio in Terrasanta, in cui ritrae luoghi, città, usanze, che aveva veramente visto durante un viaggio compiuto con amici nel 1384.

Goro Dati (1362-1435) nato a Firenze, fu mercante, podestà e gonfaloniere di giustizia, ma soprattutto, fu storico e scrittore. Ricordiamo tra le sue opere, il Libro segreto, una istoria di Firenze e un poemetto di argomento astronomico, la Sfera.

 

 

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