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Cielo secondo o di Mercurio. Spiriti attivi per il bene, Giustiniano, Romeo

Spiriti attivi per il bene, religiosamente inteso, ma anche per conseguire onore e fama sono quelli che compaiono nel cielo di Mercurio: tra loro emerge in posizione di protagonista a tutto tondo Giustiniano che parla della funzione e della validità dell’Impero come istituzione voluta da Dio per la felicità terrena degli uomini. Giustiniano è il simbolo dell’imperatore che con la sua azione politica, con la fondazione delle leggi, con l’osservanza dei principi religiosi attua nella storia di ogni giorno il disegno provvidenziale della divinità. Ma la figura prescelta da Dante a fare il più alto elogio dei compiti storico-religiosi dell’impero non sembra a noi, come sembrò a lui, particolarmente emblematica: l’imperatore di Bisanzio non fu privo di gravi limiti ebbe straordinario rilievo come assertore dell’unità dell’Impero. La risposta non è da trovare in un discorso storicamente innervato e motivato: ma nella passione di Dante — talvolta mitizzante —, nella sua quotidiana polemica contro la società del suo tempo, civile e religiosa, nella sua severa condanna del disordine cui i potenti abbandonavano l’umanità. Nella storia terrena e in quella più vicina agli interessi del poeta bisogna cercare le motivazioni della scelta dei personaggi dell’aldilà e dei loro interventi. Se il mondo dei vivi opera nell’ingiustizia e nel disordine, la risposta deve essere trovata nel ristabilimento di un’autorità politica, di un regime (l’impero) che garantisca l’ordine e la pace con le leggi’ (e Giustiniano fu il promulgatore di quel codice dileggi su cui la società medievale modellò i suoi codici). Giustiniano è, perciò, il simbolo dell’autorità che interviene con le leggi a creare e conservare la comunità degli uomini: così secondo il poeta dovrebbe operare ,sempre l’imperatore che si propone di dare sicurezza e misura alla società occidentale. Alla domanda poi se Dante vedeva in Giustiniano un imperatore solo bizantino e non più romano, se aveva coscienza della fine dell’impero romano, la risposta è negativa: l’Impero nato per volontà della Provvidenza a Roma non è destinato a finire se non con il giudizio universale: ha la stessa durata e compiti paralleli alla Chiesa. L’Impero assolverà il compito di guida della società civile sempre anche se esso potrà conoscere tempi bui di attenuazione del suo intervento per la malvagità degli uomini. La linea imperiale che comincia con Cesare e prosegue con Giustiniano, con Carlo Magno, con Arrigo VII è il filo rosso di tutta la storia. Dante perciò assimila e riconduce all’impero romano sia l’impero bizantino sia l’impero medievale, quello di Carlo Magno e quello di Federico Il: non c’è stata mai per lui frattura o discontinuità. Il discorso di Giustiniano in questa cornice si presenta come un’epica visione della storia dell’umanità, che è costante e quotidiana trascrizione della volontà divina. Giustamente si dice che tutta la storia in ogni suo evento ‘è per Dante storia sacra, il piano in cui la divinità cala i suoi progetti per ricondurre gli uomini alla divinità e fare della società una prima, imperfetta immagine della «società paradisiaca, in cui quella terrena trova il suo inveramento e si completa. Perché la società terrena realizzi il programma della divinità, è necessaria la concorde azione della Chiesa e dell’Impero. Dalla loro discordia emergono la corruzione della Chiesa e la frantumazione dell’unità imperiale, ora avversata dai guelfi ora faziosamente asservita dai ghibellini. E conseguenza di tale discordia sono gli uomini come Romeo di Villanova e come Dante, assetati di giustizia, onesti, disinteressati, e per questo emarginati dalla società, collocati tra coloro che mendicano per sopravvivere.

 

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