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Cerchio VIII, bolgia terza. I Simoniaci

La bolgia appare a Dante punteggiata da innumerevoli fori, simili ai pozzetti che nel Medioevo servivano al battesimo per immersione. Da ciascun pozzetto emergono le gambe di un dannato, furiosamente guizzanti per le fiamme che gli bruciano le piante dei piedi. Sono i simoniaci, gli uomini di chiesa che fecero mercato delle cose sacre, riducendo la chiesa, nata dal martirio degli Apostoli, ad uno strumento di potere temporale e di ricchezza. L’anima che parla è di Papa Niccolò III, degli Orsini; parla di sé, della sua rapacità, ma anche di altri due papi altrettanto simoniaci e rapaci, Bonifazio VIII e Clemente V, ambedue colpevoli di avere asservito la chiesa ai loro fini nepotistici. La coscienza della decadenza della Chiesa per mano di ecclesiastici corrotti desta l’indignazione del poeta. Il male — ne trova conferma pressoché in ogni parte dell’inferno — è nella cupidigia, nella fuga dai valori religiosi, dalla povertà evangelica. La causa prima dell’attuale decadenza fu la donazione di Costantino, che dette inizio al potere temporale del papato. Per la prima volta in tutta la Commedia Dante dichiara responsabili primari dei mali presenti della chiesa ecclesiastici e papi, rei della mondanizzazione e della politicizzazione di quella istituzione squisitamente spirituale e religiosa. Questa polemica di Dante contro il clero simoniaco rientra nel grande filone riformatore della spiritualità medievale. Ed è anche opportuno sottolineare che la polemica dantesca è quella di una appassionata e sincera coscienza cristiana: la fede di Dante è senza incrinature ed incertezze; anche se il quadro della gerarchia ecclesiastica è desolante, egli non dubita sulla assoluta necessità provvidenziale del compito spirituale della Chiesa. Dall’alto della sua profonda e severa religiosità, egli ritiene suo dovere di cristiano denunciare senza infingimenti l’allontanamento della Chiesa dalla primitiva purezza evangelica, e richiamarla al compito altissimo assegnatole da Dio. La donazione di Costantino, che Dante ritenne fatto storicamente indiscutibile, segna il diaframma tra il vero cristianesimo, quello dell’età apostolica e il falso cristianesimo dei papi simoniaci, politicanti e rissosi. Di tutti i mali che da quella donazione si erano scatenati, il più grave era per lui la simonia, cioè il nepotismo, la dilatazione del potere economico di una famiglia, quella del papa, attraverso lo sfruttamento del potere che discendeva dalla Chiesa. Ma il privilegio di una famiglia comportava l’esclusione o la riduzione di potere di altre famiglie, e di conseguenza l’apertura di ostilità, la prevaricazione di un gruppo a danno di altri, la possibilità di conflitti che da Roma si dilatavano a tutta la cristianità. Questa famiglia facilmente si faceva forte sul piano teorico di tendenze teocratiche onde dare alle proprie manovre una vernice ideologica: questo metteva poi in movimento una serie di reazioni a catena da parte di famiglie, di Comuni o di stati grandi o piccoli che per difendersi dalle mire pontificie o ricorrevano alla forza o si rifugiavano nella rivendicazione di una interpretazione corretta del Vangelo deviando anche nell’eresia. La condanna di Dante è per l’istituto ecclesiastico che confonde religione e politica e impedisce all’uomo di realizzare in modi lineari il proprio destino religioso. A questo scopo Papato ed Impero dovrebbero muoversi per linee distinte e cooperanti allo stesso fine: da ciò la necessità di una restaurazione morale e civile quale fu definita dai Vangeli e testimoniata dai primi cristiani. L’ideale di Dante è il ritorno integrale ai valori attualmente offuscati. Egli non seppe dare una risposta adeguata alle nuove forze sociali e politiche della sua età. Per questo Dante è senza dubbio un uomo del passato: ma per la sincerità del suo atteggiamento, per la fervida adesione ad un mondo giusto e pacifico, non corrotto dai miti del denaro e del potere, è un nostro compagno di viaggio.

 

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