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Testo

Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι µᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
Giovanni, III, 19


Qui sull’arida schiena                                1
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,                        5
odorata ginestra,
contenta dei deserti.
 Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,               10
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.

Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,              15
e d’afflitte fortune ognor compagna.

Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;                    20

dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;

fur liete ville e colti,
e biondeggiàr di spiche, e risonaro                     25
di muggito d’armenti;

fur giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fur città famose
che coi torrenti suoi l’altero monte                     30
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme.
 Or tutto intorno
una ruina involve,
dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo                    35
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola.
 A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura                            40
all’amante natura.
 E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla                 45
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.

Dipinte in queste rive
son dell’umana gente                                50
le magnifiche sorti e progressive.


Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti                     55
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.

Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece                        60
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra se.
 Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;

ma il disprezzo piuttosto che si serra                 65
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto:

ben ch’io sappia che obblio
preme chi troppo all’età propria increbbe.

Di questo mal, che teco                            70
mi fia comune, assai finor mi rido.

Libertà vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di nuovo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo                   75
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.

Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè.
 Per questo il tergo                   80
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe palese:
 e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che se schernendo o gli altri, astuto o folle,         85
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.


Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama se nè stima
ricco d’or nè gagliardo,                                90
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra,
ma se di forza e di tesor mendico
lascia parer senza vergogna, e noma                   95
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.

Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,                  100
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in terra       105
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.                        110

Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,                                115
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;

quella che grande e forte
mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
fraterne, ancor più gravi                            120
d’ogni altro danno accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.

Costei chiama inimica; e incontro a questa             125
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia
tutti fra se confederati estima                            130
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune.
 Ed alle offese                      135
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede così, qual fora in campo
cinto d’oste contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,                                140
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.

Così fatti pensieri                                145
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell’orror che primo
contro l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte                                150
da verace saper, l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo                            155
così star suole in piede
quale star può quel ch’ha in error la sede.


Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,            160
seggo la notte;
 e sulla mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro                        165
per lo vòto seren brillare il mondo.

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare          170
veracemente;
 a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto;
 e quando miro
quegli ancor più senza alcun fin remoti                  175
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle                 180
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa;
 al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo?
 E rimembrando                            185
il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
il suol ch’io premo;
 e poi dall’altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto, e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro                190
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe cose
scender gli autori, e conversar sovente
co’ tuoi piacevolmente,
 e che i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta                     195
fin la presente età, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar;
 qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m’assale?                     200

Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
cui là nel tardo autunno
maturità senz’altra forza atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi,                 205
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l’opre
e le ricchezze che adunate a prova
con lungo affaticar l’assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,                  210
schiaccia, diserta e copre
in un punto;
 così d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata al ciel profondo,
di ceneri e di pomici e di sassi                            215
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi                                220
e di metalli e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar là sull’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse                                225
in pochi istanti:
 onde su quelle or pasce
la capra, e città nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
son le sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.              230

Non ha natura al seme
dell’uom più stima o cura
che alla formica:
 e se più rara in quello
che nell’altra è la strage,
non avvien ciò d’altronde                            235
fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.


Ben mille ed ottocento
anni varcàr poi che spariro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento                                240
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta più mite                     245
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli.
 E spesso
il meschino in sul tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante                       250
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando più volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso dorso, a cui riluce                          255
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.

E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,                    260
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontan l’usato
suo nido
, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,                     265
preda al flutto rovente,
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.

Torna al celeste raggio
dopo l’antica obblivion l’estinta                        270
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietà rende all’aperto;

e dal deserto foro
diritto infra le file                                275
dei mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
che alla sparsa ruina ancor minaccia.

E nell’orror della secreta notte                       280
per li vacui teatri,
per li templi deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per voti palagi atra s’aggiri,                     285
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.

Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno         290
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sì lungo cammino
che sembra star.
 Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi:
 ella nol vede:               295
e l’uom d’eternità s’arroga il vanto.


E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza                 300
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
già noto, stenderà l’avaro lembo
su tue molli foreste.
 E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente                      305
il tuo capo innocente:

ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor;
 ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,                310
nè sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;

ma più saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali                315
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.

 

Parafrasi

Qui sulle aride pendici del temibile Vesuvio, portatore di sterminio, che nessun altro albero o fiore allieta col suo aspetto, spargi intorno i tuoi cespugli solitari, profumata ginestra, che ti accontenti di vivere in luoghi desertici. Ti ho visto anche abbellire con i tuoi steli le campagne solitarie che circondano la città un tempo signora degli uomini (Roma) e che, con il loro aspetto grave e taciturno sembrano offrire ai viaggiatori testimonianza e ricordo della perduta potenza. Ora ti rivedo su questo suolo, amante di luoghi tristi e abbandonati da tutti e sempre compagna di destini sventurati. Questi campi cosparsi di ceneri sterili e ricoperti di lava pietrificata, che risuona sotto i passi del viandante, (campi) nei quali fa il nido e si contorce al sole il serpente e il coniglio torna alla consueta tana scavata nella lava, urono villaggi pieni di vita e terreni coltivati, e biondeggiarono di spighe di grano, e risuonarono del muggito dei buoi; (questi campi) furono giardini e palazzi, sede gradita del riposo dei potenti; e furono città famose (come Pompei ed Ercolano) che, insieme ai loro abitanti, il superbo monte (il Vesuvio) schiacciò coi suoi torrenti di lava, scagliando fulmini dal suo cratere infuocato. Ora un’unica rovina avvolge tutti i luoghi circostanti dove tu hai sede, fiore gentile, e, quasi provando compassione per i mali degli altri, fai salire al cielo un dolcissimo profumo che consola il deserto. Venga in questi luoghi chi ha l’abitudine di celebrare la nostra condizione di uomini e veda quanto il genere umano sta a cuore alla natura che tanto ci ama. E potrà inoltre stimare in modo adeguato la potenza della specie umana, che la crudele madre (la natura), quando meno è temuta, con un leggero movimento in un istante distrugge in parte, e con movimenti poco meno leggeri può, altrettanto improvvisamente, annientare del tutto. In questi luoghi è illustrata la sorte magnifica, e in continuo progresso, del genere umano. Guardati e rispecchiati qui (in queste desolate pendici del vulcano), età superba e sciocca, che hai abbandonato la strada della rinascita del pensiero, seguita fino ad allora e, volti indietro i tuoi passi, ti vanti del fatto di tornare indietro, e lo chiami andare avanti. Tutti gli ingegni, di cui il loro destino crudele ti ha fatto padre, non smettono di adulare il tuo infantilismo, benché, tra sé e sé, talvolta si prendano gioco di te. Non sarò certo io a morire macchiato di tale vergogna; ma piuttosto esprimerò nel modo più esplicito possibile il disprezzo di te che sta chiuso nel mio cuore: benché io sappia bene che l’oblio nasconde quelli che sono troppo dispiaciuti ai loro contemporanei. Fin da ora mi faccio grandi beffe di questo danno (l’oblio da parte dei posteri), che condividerò con te. Vai sognando la libertà, e allo stesso tempo vuoi rendere di nuovo schiavo il pensiero, grazie al quale soltanto noi uomini ci risollevammo in parte dalla barbarie medievale e progrediamo nella civiltà, che è l’unica a guidare verso il miglioramento il destino dei popoli. Perciò ti fu sgradita la verità del crudele destino e dell’infima posizione che la natura ci ha assegnato. Per questo motivo volgesti vilmente le spalle alla luce della ragione, che lo rese chiaro; e tu che fuggi la ragione definisci vile chi la segue, e magnanimo soltanto chi innalza fin sopra le stelle la condizione mortale, prendendosi gioco di sé, da folle, oppure degli altri, da astuto. Un uomo di condizione povera e dal corpo malato, che sia d’animo coraggioso e nobile, non si definisce né si reputa ricco e robusto, e, in mezzo agli altri, non dà a vedere ridicolmente di avere una vita splendida e di godere di buona salute, ma si mostra senza vergogna e si dichiara apertamente privo di forza e di ricchezza, e giudica la sua realtà conformemente al vero. Io certo non ritengo un essere nobile colui che, nato per morire, cresciuto in mezzo al dolore, afferma: «io sono stato creato per essere felice», e riempie i suoi scritti di orgoglio rivoltante, promettendo su questa Terra destini sublimi e forme ignote di felicità, che l’universo intero ignora, non solo questo globo a popoli che un maremoto, un soffio d’aria corrotta (portatrice di epidemie) o un crollo nel sottosuolo (causa di terremoto) distrugge al punto che appena appena resta il loro ricordo. Un animo nobile è quello che osa alzare i suoi occhi umani contro il destino di tutti, e che con parole sincere, non omettendo nessuna parte della verità, dichiara apertamente il male che ci fu assegnato come destino, e la nostra condizione umile e misera; un animo nobile è quello che, nella sofferenza, si mostra grande e forte e che non aggiunge ai suoi mali l’odio e la rabbia tra fratelli, ancora più dolorosi di ogni altro male, accusando gli altri uomini delle sue sofferenze, ma dà la colpa a colei che è davvero colpevole (la natura), che è madre naturale degli uomini, ma, per i suoi sentimenti, matrigna. Chiama nemica la natura; e pensando che la società umana si sia creata e organizzata dapprima contro la natura, come è la verità, considera tutti gli uomini stretti in un patto di alleanza e tutti abbraccia con amore sincero, offrendo ed aspettandosi un aiuto efficace e immediato negli alterni pericoli e nelle angosce della guerra comune (degli uomini contro la natura). E giudica tanto insensato armarsi per offendere altri uomini e tendere tranelli e ostacolare i vicini, quanto lo sarebbe in un accampamento stretto d’assedio dal nemico, nell’infuriare degli assalti, dimenticando i nemici, intraprendere aspri combattimenti con gli amici, e seminare il panico e agitare la spada fra i propri guerrieri. Quando saranno, come furono, noti a tutti questi pensieri e quell’orrore che per primo strinse gli uomini nella catena sociale contro l’empia natura, saranno in parte rinnovati dalla conoscenza della verità i rapporti civili onesti e retti, e la giustizia e la pietà avranno allora ben altro fondamento che favole piene di superbia, fondata sulle quali la probità del popolo sta in piedi come può stare in piedi ciò che si basa sull’errore. Spesso sosto a meditare di notte su queste pendici, che, dopo averle devastate, l’onda di lava indurita riveste di nero, increspata come le onde del mare; e su questo desolato terreno vedo, nell’azzurro limpidissimo del cielo, risplendere dall’alto le stelle, che il mare riflette, e (vedo) tutt’intorno l’universo brillare di luci sparse negli spazi sereni del cielo. E dopo aver fissato i miei occhi su quelle stelle, che sembrano un punto e invece sono immense, tanto che in realtà la terra e il mare sono un punto rispetto a esse; (quelle stelle) alle quali è completamente sconosciuto non solo l’uomo, ma questo pianeta in cui l’uomo non è niente; e quando osservo quelle specie di nodi di stelle, infinitamente più lontani, che a noi uomini appaiono come una nebbia, e alle quali non solo l’uomo e la Terra, ma le nostre stelle insieme al sole splendente, tutte insieme, infinite di numero e di grandezza, o sono sconosciute, oppure appaiono come quelle nebulose appaiono alla Terra, (cioè) un punto di luce fioca; che cosa sembri, o specie umana, alla mia riflessione? E ricordando la tua condizione quaggiù sulla Terra, condizione della quale è testimonianza il suolo che calpesto; e poi, dall’altra parte, (ricordando) che credi di essere stata scelta come dominatrice e scopo finale di tutto l’universo, e (ricordando) quante volte ti compiacesti di fantasticare che per amor tuo gli dèi creatori dell’universo scendessero in questo oscuro granello di sabbia chiamato Terra, e spesso si intrattenessero piacevolmente con quelli della tua specie; e (ricordando) che, con il rinnovarsi delle superstizioni già derise (al tempo dell’Illuminismo), disprezza i saggi persino l’età presente, che sembra superare tutte in sapere e in civiltà, a questo punto quale sentimento o quale pensiero su di te alla fine mi invade il cuore? Non so se prevale il riso o la pietà. Come, cadendo da un albero, un piccolo frutto che la maturazione, senza intervento di altre forze, fa cadere a terra proprio là (cioè sul formicaio) nel tardo autunno, schiaccia, devasta e ricopre in un istante le care abitazioni di un popolo di formiche, scavate nel molle terreno con grande fatica, e le costruzioni e le ricchezze che durante l’estate i laboriosi insetti (le formiche), previdenti, avevano radunate a gara, con prolungati sforzi; così, piombando dall’alto, scagliata dalla cavità tonante del vulcano verso la sommità del cielo, una notte rovinosa di ceneri, di pomici e di sassi, mescolata con ruscelli bollenti (di lava), o un’immensa piena di massi liquefatti, di metalli e di sabbia infuocata, che scenda furiosa per il fianco erboso del monte, ridusse in poltiglia e sgretolò e ricoprì in pochi istanti le città che il mare bagnava sulla costa: per cui (su quelle rovine) ora pascolano le capre mentre città nuove sorgono sopra, città che poggiano su quelle sepolte come su uno sgabello, e l’aspra montagna sembra calpestare alle sue pendici le mura abbattute delle antiche città. La natura non fa conto e non si cura della specie umana più che delle formiche; e se la distruzione di massa è più rara nella specie umana che nell’altra, ciò non accade se non perché le generazioni umane sono meno numerose. Sono passati ben mille e ottocento anni, dopo che scomparvero, schiacciate dalla forza del fuoco, le città popolose, e ancora il contadino, occupandosi dei vigneti che il terreno arido e incenerito fa crescere con difficoltà, solleva ancora lo sguardo timoroso verso la vetta del vulcano, portatrice di morte, la quale, per niente affatto (nulla mai) diventata più tranquilla, ancora si erge spaventosa e minaccia distruzione a lui, ai suoi cari e ai loro miseri averi. E spesso il poverino sul tetto del suo rustico alloggio, coricato tutta la notte all’aria aperta senza poter dormire, e balzando in piedi più volte, segue con lo sguardo il percorso del temuto flutto di lava, che dal ventre instancabile del vulcano si riversa sui suoi fianchi sabbiosi e alla cui luce si illuminano la marina di Capri, il porto di Napoli e il quartiere di Mergellina. E se vede il flutto avvicinarsi, o se nel fondo del pozzo di casa sente per caso l’acqua agitarsi ribollendo, rapidamente sveglia i figli, sveglia la moglie, e scappando via, con quel che dei loro averi possono strappare alla lava, vede lontano quella che era sempre stata la sua casa e il campicello che fu per lui il solo riparo dalla fame diventare preda dell’onda di lava incandescente, che arriva con stridore e inesorabilmente si stende sopra di essi (la casa e il campo del contadino). Torna alla luce, dopo il lungo oblio, la morta Pompei, simile a uno scheletro sepolto, che avidità o pietà riportano da sottoterra all’aria aperta; e dal foro (la piazza antica di Pompei) oggi deserto, il viaggiatore contempla in lontananza, ritto tra le fila di colonne mozze, la vetta bipartita del vulcano e la sua cima fumante, che ancora minaccia le rovine sparse. E nell’orrore della notte solitaria, in mezzo ai teatri vuoti, in mezzo ai templi mutilati e alle case in rovina, dove i pipistrelli nascondono i loro piccoli, come una fiaccola sinistra che si aggiri lugubre per palazzi vuoti, corre il bagliore della funerea lava, che attraverso le ombre manda lontano bagliori rossi e colora i luoghi circostanti. Così, ignara dell’uomo e delle epoche che egli definisce antiche, e delle generazioni che si susseguono, la natura resta immobile, sempre giovane, anzi va avanti per un cammino così lungo che sembra ferma. Nel frattempo crollano gli imperi, popoli e lingue si avvicendano e scompaiono l’uno dopo l’altro: la natura nemmeno se ne accorge, e l’uomo si vanta indebitamente di essere eterno. E tu, flessibile ginestra, che abbellisci di cespugli odorosi questi campi inariditi, anche tu cadrai presto davanti alla forza crudele della lava che scorre sottoterra, la quale, tornando sul luogo già noto (perché già devastato da precedenti eruzioni) stenderà il suo manto distruttore sui tuoi fragili cespugli. E piegherai, senza fare resistenza, il tuo capo innocente sotto il peso distruttore; ma quel capo non lo avevi fino ad allora piegato invano, in un gesto vigliacco di supplica, davanti all’oppressore che sta per arrivare; ma non lo avevi innalzato verso il cielo con orgoglio dissennato, né (sottinteso: lo avevi eretto) sul deserto, dove hai vissuto e sei nata non per tua scelta ma per caso; ma più saggia, ma tanto meno debole dell’uomo in quanto non hai creduto che la tua fragile specie sia stata resa immortale dal destino o da se stessa.

Risultato immagini per la ginestra giacomo leopardi

La ginestra o Il fiore del deserto è la penultima lirica di Giacomo Leopardi, scritta nel 1836 a Torre del Greco (NA), e pubblicata postuma nell’edizione dei Canti nel 1845. È considerata il testamento spirituale del poeta e, secondo la critica, si tratta di uno tra i più complessi canti leopardiani: 317 versi in 7 strofe, in cui il poeta tramette un messaggio di solidarietà umana contro l’oppressione della Natura matrigna e, al di là del suo pessimismo, volge lo sguardo verso l’avvenire (è questo il cosiddetto “pessimismo eroico”). Ricordiamo che il “pessimismo eroico” si era palesato per la prima volta nell’operetta morale del 1827 Dialogo di Plotino e Porfirio, in cui Leopardi trova una via d’uscita al pessimismo, dando così un senso alla vita. La lunga discussione tra i due filosofi antichi sul suicidio si conclude, infatti, con l’affermazione che la scelta di uccidersi dev’essere rifiutata in quanto aggiungerebbe un ulteriore motivo di sofferenza alle persone che vogliono bene al suicida. A Plotino, quindi, farà dire: «Andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel miglior modo questa fatica della vita», frase che lascia intendere che questo spirito di solidarietà e condivisione è l’unico modo per difendersi dalla potenza cieca della Natura, auspicando l’avvento di una società in cui gli uomini si stringano “in social catena”. Se Manzoni quindi vede nella Divina Provvidenza la risposta ai dolori e alle tragedie della vita umana, Leopardi spera (e forse anche crede) che la soluzione sia da ricercarsi nella solidarietà tra esseri umani. Epigrafe Nell’epigrafe del componimento, quindi prima del suo inizio, Leopardi cita il verso 19 del III capitolo del Vangelo di Giovanni: «E gli uomini vollero / piuttosto le tenebre che la luce.» Si tratta di una citazione sarcastica, con cui Leopardi vuole rovesciare anticristianamente il significato originario delle parole attribuite a Giovanni, secondo cui la “luce” coincideva con la parola di Dio. L’ateo Leopardi, invece, usa queste parole per sottolineare la difficoltà con cui la “verità” riesce a diffondersi tra gli esseri umani che, prigionieri di concezioni spiritualistiche, ottimistiche e ottuse, preferiscono credere a tesi rassicuranti, ma false (le “tenebre”), piuttosto che prendere consapevolezza della propria tragica condizione esistenziale (la “luce”). Prima strofa La ginestra si apre con la descrizione delle pendici del Vesuvio, il vulcano la cui eruzione, nel 79 d.C., porta morte e distruzione dove in quegli anni sorgevano ville, giardini e prosperose città (Pompei, Ercolano, Stabia, ecc.). La natura minacciosa del Vesuvio (“Vesèvo”) è sottolineata dagli aggettivi “sterminator” e “formidabile” (vv. 2-3), che in questo caso mantiene la propria etimologia latina (da formido, “spavento”). È questo un paesaggio desolato e privo di vegetazione, rallegrato solamente da una ginestra che, «contenta dei deserti» (v. 7, contenta di fiorire in un luogo così ostile), addolcisce un po’ tale desolazione con il suo profumo. Da questo momento, il poeta si rivolge alla ginestra, che diventa l’interlocutrice del suo discorso poetico: gli dice di averla già vista nelle campagne deserte («erme contrade», v. 8) che cingono la città di Roma, antica potenza poi inesorabilmente tramontata («la qual fu donna de’ mortali un tempo», v. 10; “donna” dal latino domina, ossia padrona). Come la ginestra (che il poeta apostrofa «fior gentile» nel v. 34), e che pur avendo coscienza della propria fragilità non si sottrae al proprio destino, così Leopardi è consapevole della fragilità degli esseri umani nei confronti delle forze poderose e sterminatrici della Natura. La prima strofa si conclude con una polemica verso coloro che, esaltando la condizione umana e il progresso, credono che la Natura sia amica dell’uomo. A loro rivolge un amaro invito a visitare le aride pendici del Vesuvio, così da poter vedere con i propri occhi come il genere umano stia a cuore alla Natura: in quei pendii, dice polemicamente Leopardi nei vv. 49-51, sono dipinte, del genere umano, «Le magnifiche sorti e progressive» (il destino magnifico, e in continuo progresso, del genere umano). Quest’ultimo verso è in corsivo nell’autografo, in quanto si tratta di una frase di Terenzio Mamiani, cugino del poeta e patriota risorgimentale che confidava ciecamente nel progresso scientifico e spirituale degli uomini. Leopardi usa quindi queste parole con intento sarcastico, come critica nei confronti di coloro che scioccamente credono nell’automatica reciprocità tra felicità e progresso, senza rendersi conto delle minacciose forze naturali che mettono quotidianamente in pericolo gli esseri umani. Seconda strofa Nella seconda strofa, Leopardi prosegue la sua polemica contro lo spiritualismo ottocentesco, che nel v. 53 definisce «secol superbo e sciocco» perché, con il suo irrazionalismo spiritualista, voleva rinnegare la filosofia dell’Illuminismo; secondo Leopardi, invece, era proprio grazie al pensiero settecentesco che l’uomo era riuscito a liberarsi dalle barbarie e dalle superstizioni del Medioevo. Leopardi prende, quindi, con forza le distanze dal nuovo spiritualismo romantico, e condanna tutti coloro che predicano quelle dottrine. Terza strofa Nella terza strofa, il poeta ci racconta in cosa consista, secondo lui, la vera nobiltà spirituale, e lo fa introducendo la figura di un uomo che, senza vergognarsene, non nasconde la propria fragilità e riconosce con dignità la tragicità della condizione umana. Quest’uomo «di povero stato e membra inferme [… ma] dell’alma generoso ed alto» (vv. 87 – 88) è contrapposto a uno «stolto» (v. 99) che, schiavo di un orgoglio fastidioso e quasi perverso, vive di illusioni vacue e nauseanti, e si aspetta un avvenire pieno di felicità. A questo proposito, nello Zibaldone leggiamo: «L’uomo (e così tutti gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. […] il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la conservazione né la felicità degl’individui.» Secondo Leopardi, l’unica risposta possibile a questa drammatica verità, è la creazione di una «social catena» (v. 149) tra gli esseri umani che, pur nell’infelicità, devono sostenersi reciprocamente per lottare contro il vero nemico, la Natura, che nel v. 125 definisce «madre di parto […] e di voler matrigna.» Con questo pensiero, il poeta introduce la parte più innovativa del componimento. Quarta strofa La quarta strofa si apre con la descrizione del cielo notturno, che Leopardi contempla seduto sulle pendici del Vesuvio, ricoperte da uno strato nero di lava pietrificata. L’osservare il cielo stellato conferma, nell’animo del poeta, la consapevolezza della nullità degli esseri umani dinanzi alla vastità dell’universo, al cui confronto la Terra è un «granel di sabbia» (v. 191). Queste osservazioni offrono a Leopardi l’opportunità di riprendere la polemica contro le ideologie ottimistiche, che in una visione assurdamente antropocentrica e spiritualistica del mondo, ritengono che l’uomo sia stato concepito per dominare l’universo, favorito anche da un fantomatico rapporto privilegiato con le divinità, che addirittura scenderebbero sulla Terra per intrattenersi piacevolmente con i suoi abitanti e partecipare alle vicende umane. Il poeta non sa se ridere della sciocca superbia propria del genere umano o commiserare la sua misera condizione («Non so se il riso o la pietà prevale», v. 201). Quinta strofa Nella quinta strofa, Leopardi paragona gli effetti di un’eruzione vulcanica alla caduta di un frutto su un formicaio: così come un piccolo frutto, una volta maturo, cade dall’albero e devasta una colonia di formiche, così l’eruzione del 79 d.C. «di ceneri e di pomici e di sassi [… e] di bollenti ruscelli» (v. 215 e v. 217) ha seppellito le fiorenti città di Ercolano e Pompei. Con questa similitudine, Leopardi riflette e fa riflettere sulla potenza distruttrice della Natura che, nella sua totale indifferenza per le vicende terrene, non si cura né dell’uomo né delle formiche. In particolare, il poeta sottolinea l’aspetto meccanicistico della Natura che, come già detto, mira semplicemente a perpetuare l’esistenza in un processo di nascita, sviluppo e morte, senza esser guidata da un disegno benevolo volto a rendere felice il singolo, animale o umano che sia. Sesta strofa Nella sesta strofa, Leopardi osserva che nonostante siano passati ben milleottocento anni da quando l’«ignea forza» (v. 239) del Vesuvio ha distrutto Pompei, Ercolano e le città limitrofe, l’uomo continui ad abitare quei luoghi, sotto la minaccia del vulcano e nonostante il lugubre monito di ciò che rivelavano gli scavi archeologici di Pompei che, lo ricordiamo, erano iniziati nel 1748 per volere di Carlo III di Borbone. Esemplare, in tal senso, è la figura del «villanello» che, intento a curare i vigneti e a coltivare «la morta zolla e incenerita» (v. 242), alza timorosamente lo sguardo verso il vulcano portatore di morte, uno scenario di devastazione che produce un voluto effetto di dissonanza con le bellezze naturali di quei luoghi, citate nei versi 266 e 267 (la costa dell’isola di Capri, il porto di Napoli e il sobborgo di Mergellina). Malgrado siano passati secoli dalla distruzione di Pompei, Leopardi osserva come la natura incomba sempre minacciosa e, incurante delle sventure degli esseri umani, rimane energica e vitale, e nelle sue azioni procede con una tale lentezza da sembrare immutabile. L’uomo invece, debole e fragile, è destinato a vivere un ineluttabile ciclo di corruzione e di morte ma, ciò malgrado, continua a credersi immortale («E l’uom d’eternità s’arroga il vanto», v. 296). Settima strofa Nell’ultima strofa ritorna l’immagine iniziale della ginestra, che con i suoi cespugli profumati abbellisce le campagne desertificate alle pendici del vulcano. Leopardi ci dice che anche questo umile fiore verrà presto sopraffatto dalla crudele potenza della lava in eruzione, ma al sopraggiungere della colata mortale che lo inghiottirà, esso piegherà il proprio stelo, senza opporre resistenza al peso della lava. La ginestra diventa quindi un simbolo del coraggio di fronte a un destino inevitabile: a differenza dell’uomo, infatti, il fiore accetta con umiltà il suo tragico destino, senza viltà o superbia. Stile La ginestra è scritta nella forma metrica della “canzone”, ed è composta da 317 versi, tra endecasillabi e settenari, ripartiti in sette strofe di lunghezza irregolare, ma generalmente molto lunghe. La composizione è caratterizzata da uno stile elevato, che Leopardi ottiene grazie all’uso di latinismi («arbor» per indicare pianta, «donna» in senso di padrona, «fortune» per dire sorti, ecc.), grazie a un ampio ricorso a espressioni arcaiche e auliche («Anco», v. 7; «erme contrade», v. 8, «cittade», v. 9), e con l’adozione di una sintassi particolarmente elaborata che si sviluppa su periodi generalmente lunghi. La ginestra è però anche un’opera con un intento titanico ed eroico, ottenuto principalmente grazie all’uso di termini che danno una grande carica emotiva ai versi («formidabile», «fulminando», «sterminator», «furiosa», «ruina», «tonante»). Molto significativa è, nella scelta delle parole, la contrapposizione tra il desolato paesaggio vulcanico e il profumo della ginestra: il fiore, infatti, viene descritto con parole dal suono dolce e musicale (e.g. «dove tu siedi, o fior gentile… / …al cielo / di dolcissimo odor mandi un profumo / che il deserto consola», vv. 34-37), mentre l’aridità del Vesuvio è espressa con parole aspre («impietrata», «contorce», «serpe», «cavernoso»).

 

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