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La prima seria produzione letteraria in volgare, che sorse in Italia, al di là delle iscrizioni, dei versi o dei ritmi che abbiamo già esaminato, fu quella della Magna Curia siciliana di Federico II di Svevia, nota come Scuola poetica siciliana.

Risale alla prima metà del secolo XIII e costituisce un valido punto di riferimento, come fenomeno letterario, per il modello straordinariamente unitario che seppe fornire ai poeti successivi e per la tradizione che riuscì a creare. Federico II, figlio di Arrigo VI, tedesco, e di Costanza d’Altavilla, normanna, fu uomo straordinario e imperatore eccellente, che seppe non solo costruire uno stato «opera d’arte » (secondo la nota definizione del Burckardt) nell’Italia meridionale (Sicilia, Campania, Lucania, Calabria e Puglia), ma essere anche mecenate d’alta classe, trasformando la sua corte nel centro più prestigioso della cultura italiana. Mostrò di avere eccellenti doti politiche, nell’amministrare saggiamente il potere (basti pensare alle «Costituzioni melfitane»), amalgamando molto bene tutte le regioni sotto la sua giurisdizione; ma soprattutto rivelò una grande cultura, favorita dalla conoscenza di numerose lingue (tedesco, francese, latino, greco, arabo e volgare italiano). Indubbio artefice della rinascita della casa sveva, concepì un grande progetto imperialistico, che riuscì a realizzare con intelligenza e originalità, costruendosi intorno un ambiente culturalmente ideale, di cui egli stesso volle essere il centro, componendo poesie in volgare, che testimoniano come e quanto egli tentasse di utilizzare i moduli della lirica provenzale.

Personalmente, li aveva conosciuti in Germania, attraverso la poesia dei Minnesänger e ne aveva certo subito l’influsso, poiché i rimatori della Provenza lo avevano accostato durante il suo rientro in Italia, nel 1220, prima che a Roma venisse incoronato. I gusti raffinati dell’imperatore furono attratti da quella poesia così dolce e musicale, tanto da indurlo a ricalcare personalmente il modello trobadorico, componendo egli stesso. Fu quindi l’iniziatore, nella sua corte, di una tradizione poetica destinata ad affermarsi, che a noi sarebbe pervenuta non nella versione originale, bensì attraverso i manoscritti dei rimatori toscani che tradussero ed in parte imitarono i siciliani.

I poeti illustri

La Magna Curia di Federico divenne il centro di raccolta di tutti i compositori e rimatori desiderosi di affermazione e versati per le lettere, non sempre siciliani di nascita, anche se molti lo furono, ma provenienti dal meridione, dalle terre cioè che facevano comunque parte del regno svevo; sono da ricordare: Giacomo da Lentini, il vero caposcuola della illustre lirica siciliana (come lo considera lo stesso Dante), Rinaldo d’Aquino, Guido delle Colonne, Pier della Vigna, segretario dell’Imperatore, Giacomo Pugliese e Stefano Protonotaro, la cui poesia si colloca, insieme a quella di Giacomo da Lentini, nella migliore e più valida produzione della scuola. Il primo dei poeti menzionati, detto anche (“il Notaro” proveniva certamente dal mondo giuridico, dal quale per altro, in questo periodo, come in tutto l’alto Medioevo, ci fu una notevole e frequente afflusso verso il mondo delle lettere, soprattutto a causa della necessità, comune sia all’ambito giuridico, sia a quello letterario, di essere abili e perfetti nell’arte della scrittura.

Il dittator: l’Amore

Il «notare» infatti, consisteva propriamente nel prendere nota, cioè nel «segnare» (quindi con i caratteri della scrittura) tutto quello che l’ispirazione veniva dettando, dal che il «dettare», come operazione che procedeva di pari passo con il «notare», durante la composizione. Dittatore o dittator supremo nella lirica siciliana, così come in seguito, nella lirica toscana, fu sempre l’Amore, sentimento ispiratore, ma anche argomento quasi unico della poesia. Deve essere considerato il generale clima culturale che spirava nell’area dell’intero meridione; erano sorti numerosi centri come Capua, Napoli e Montecassino aperti a vasti orizzonti e soprattutto interessati ad una rinascita della lingua latina, nonché alle scienze positive (matematica e biologia) e a quanto poteva rientrare nell’enciclopedismo tipico del Medioevo, pur attraverso traduzioni dal latino, dal greco e persino dall’arabo. Ruolo importante giocò l’ars dictandi, la cui tradizione era stata ereditata e trasmessa specialmente da Montecassino. In questo quadro si colloca appunto l’attività della Magna Curia siciliana, promossa e vivacizzata dalla genialità di Federico Il, che sebbene sia stato mediocre poeta, riuscì impareggiabile mecenate e saggio uomo politico. I poeti che appartennero alla sua corte rimangono in parte avvolti da un velo di leggenda, che impedisce una più certa datazione e determinazione cronologica, al pari di un esauriente profilo biografico; rimangono anonimi diversi compositori ed è assolutamente gratuita la comune credenza che Manfredi, figlio illegittimo dell’Imperatore, o Federico d’Antiochia fossero stati grandi poeti, all’interno della scuola. Alla fine dell’impero svevo e in seguito all’inevitabile decadenza della Curia, la sua produzione letteraria andò in parte perduta e in parte venne trascritta in antologie, in terra toscana, che raccogliendo l’eredità meridionale, inevitabilmente ne alterarono i connotati linguistici originali, vale a dire siciliani.

I manoscritti toscani

Tuttavia, proprio grazie a questi manoscritti toscani, la produzione siciliana fu assimilata e continuata dai poeti toscani, fino agli stilnovisti e a Dante, che nel canto XXIV del Purgatorio, ricordando «il Notaro» Giacomo da Lentini e tenendo presente la sua lezione, dichiarò: «io mi son un che, quando amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’ei ditta dentro vo significando» (io sono uno che quando l’amor lo ispira prendo nota, [cioè scrivo] e secondo il dettato interiore, vado esprimendo i significati dei miei sentimenti.) L’amore, come si vedrà, fu il tema dominante e il motivo ispiratore dei poeti siciliani e toscani, trama di base per cantare la vita e i sentimenti dell’uomo.

I canzonieri

Da un florilegio siciliano derivò certamente il primo canzoniere toscanizzato e da questo le tre più famose antologie, quali ci sono state tramandate dal canzoniere Laurenziano Rediano, pisano, che contiene una raccolta guittoniana, i poeti siculi-toscani e gli stilnovisti, il canzoniere Palatino (B.R. della Nazionale di Firenze), lucchese, in cui è ordinata in sezioni metriche (canzoni, ballate, sonetti) una vasta produzione che va dai siciliani agli stilnovisti, infine il canzoniere Vaticano lat. 3793 che racchiude un ricchissimo repertorio di testi poetici ed è l’unica fonte che dispone in ordine cronologico le testimonianze dei siciliani. In definitiva con la poesia siciliana trapiantata in Toscana si venne a creare un processo culturale assai importante per la nostra tradizione poetica e letteraria, sia a livello linguistico, come prima esperienza di linguaggio illustre, sia a livello lirico, come formazione di quell’orientamento ritmico e musicale che stilisticamente avrebbe poi caratterizzato tanta poesia futura.

L’amore e la vita quotidiana

Si possono distinguere essenzialmente due temi nella poesia della Magna Curia di Federico TI, intorno ai quali si raggruppano tutti gli altri, anche occasionali: l’amore e la vita quotidiana popolare. Il primo, discendendo direttamente dalla tradizione cortese, si prestò a quel modello di lingua aulica ed illustre che vollero creare i dotti poeti siciliani, notai o giuristi o retori, che fossero. Il secondo, venn
e configurandosi in forma e stile popolare, tendendo ad esprimere gli atteggiamenti, i comportamenti e i costumi dei rapporti tra uomini e donne del popolo, anche nei loro risvolti sociali e ambientali.

I contrasti

A seconda dei temi si differenziò lo stile, perché si differenziarono gli autori e la loro estrazione di ceto, venendosi a determinare diversi modi di comporre e diversi tipi di componimento. Fu il grande exploit della canzone, come forma compositiva di base, ma si distinsero i cosiddetti « contrasti», come canzoni particolari, istituite su dialoghi e interlocutori, chiamati in causa per recitare e inscenare un vero e proprio controcanto di parte (si veda il famoso Contrasto di Cielo d’Alcamo). Interessante è inoltre il repertorio semantico che tiene dietro al tema dell’amore mettendo in moto un registro linguistico che attiene all’area cortigiana e quindi gentilizia, con l’uso di espressioni che hanno come referenti le virtù e le qualità morali (la nobiltà, la gentilezza, la dolcezza, la purezza, il desiderio, il piacere-piacimento, la compostezza degli atti esterni), oppure le qualità fisiche che inevitabilmente rimandano al paragone con la Natura (i colori della carnagione e dei capelli, la luminosità dello sguardo e del volto, elementi che richiamano la primavera e la bellezza del contesto naturale in cui la donna è inserita), o al parallelo con la pittura e la tavolozza (si ritrova frequente il riferimento alla trasposizione dell’amata in immagine, o figura, che l’amante contempla e vagheggia).

Gli stilemi

Accanto alle aree semantiche, degni di nota sono i singolari stilemi che si sono affermati nell’uso: disio, guardo, foco, doglia, piacimento, mia donna, ghiora (gloria), consolamento, vertute, beltate, sprendore (splendore), spirto, sollazzo e molti altri, presenti anche tra i verbi, come aggio (ho), veggio, pingere, distringere e così via.

Le forme metriche

Tra le forme caratteristiche dal punto di vista metrico, si affermarono il sonetto e la canzone: il sonetto secondo uno schema bipartito, in un ottastico (costituito da quartine) e in un esastico (costituito da terzine); la canzone si configurò per stanze isolate, in base al modello prevalentemente provenzale, adottato dai trovatori, che si prestava in particolare alla tenzone (o contrasto). Il sonetto si formalizzò subito in regole fisse attraverso la lezione di Giacomo da Lentini, che lo determinò con ferrei criteri, nella misura sillabica (versi tutti endecasillabi), nel numero dei versi (quattordici senza code), nella disposizione delle rime (schema alternato, ABC, ABC, ABA, BAB). Anche nel contenuto i due tipi di componimento si differenziarono: il sonetto si prestò felicemente al dibattito dottrinario, alla trattazione moraleggiante, alle definizioni dell’amore e della nobiltà; la canzone, nata con stanze solitarie, nella tradizione provenzale, perché i trovatori potessero corrispondere tra loro, continuò sotto l’aspetto della tenzone, quella sua impostazione iniziale di mezzo di corrispondenza, ma assunse anche altri caratteri, soprattutto lirici, che la resero più tardi il più alto schema metrico-compositivo della nostra lirica, a partire da quella petrarchesca. Fu Giacomo da Lentini a promuovere la canzone come componimento adatto all’effusione sentimentale amorosa, staccandolo dal modello provenzale e organizzandolo con stanze bipartite in fronte (suddivisa in due piedi) e sirma con autonomia dell’una rispetto all’altra e congedo finale. Quest’ultimo divenne nel tempo sempre più indispensabile, come messaggio del poeta affidato alla stessa poesia; infatti nel commiato, alcune volte l’autore si rivolgeva alla canzone medesima, per raccomandarle ciò che gli stava a cuore, per esempio di recarsi dalla donna amata; altre volte veniva inventato il nome di uno spiritello o di un folletto (come nella canzone di Rinaldo d’Aquino, Già mai non mi conforto, in cui compare un certo Duccetto o Dolcetto), sotto le cui sembianze si nascondeva l’autore, perché la formula del congedo risultasse più verisimile col rivolgersi ad un interlocutore che si facesse intermediario o messaggero nei confronti dei destinatari della poesia.

 

Bibliografia

  • I poeti della Magna Curia siciliana. Laterza, Bari, 1961.
  • Il movimento siculo-toscano, in Letteratura Italiana: l’età medievale, Einaudi, Torino, 1988.
  • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.
 

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