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Nel canzoniere Vaticano 3793 compare anonimo quel Contrasto che Dante nel De vulgari eloquentia (I, XII, 6) cita come esempio di componimento mediocre e in siciliano volgare; il nome dell’autore viene indicato solo dal cinquecentista Angelo Cocci: Michele d’Alcamo, meglio conosciuto come Cielo d’Alcamo, con tutta probabilità giullare della corte di Federico II. Una certa cronologia la offre il Contrasto stesso che fa riferimento ad alcuni dati precisi come la legge della defensa, emessa nel 1231, le monete degli agostari, coniate negli anni intorno al 1250, fino a poco prima della morte dell’imperatore, che infatti nella poesia viene invocato e dunque era ancora vivo. Il Contrasto si configura secondo lo schema dei contrasti provenzali, cioè come un dialogo-alterco tra due amanti, solo che mentre la convenzione trobadorica vedeva impegnati due amanti comunque di estrazione elevata e che quindi rispondevano nello stile del linguaggio e nella ritualità dei rispettivi complimenti alla casistica tipica cavalleresca-amorosa, qui se l’uomo si atteggia ad innamorato consapevole della civiltà cortese, la donna rivela modi plebei e popolani. Nasce proprio da questa diversità di stile, nel dialogo, la novità, nell’alternanza delle schermaglie verbali, ora raffinate, ora volgari.

Cielo dovette ricevere per riflesso, come spettatore, la cultura della corte federiciana, frequentando da giullare l’elegante mondo della scuola siciliana e assorbendone, in parte, alcuni modi, se così possiamo definire la sua estraneità alla curia. Questa sua «extraterritorialità», non toglie tuttavia pregio e valore al suo indimenticabile e graziosissimo Contrasto, degno di essere assunto come testimonianza di vera poesia popolare e giullaresca, impostata quasi su di un repertorio da spettacolo, che consta di rapide battute ad effetto e che puntano sulla sorpresa da parte dello spettatore; notevole poi la capacità del poeta di interpretare i sentimenti umani e di penetrare nel delicato tessuto della psiche tanto maschile che femminile, cogliendo i timori, le ansie, ma soprattutto la lieve maliziosità di certe frasi e la sensualità che si nasconde anche in quel volersi sottrarre della donna alle insistenze dell’innamorato, a cui finirà col cedere.

Vari i registri linguistici che Cielo mostra di saper usare, mutuati ora dal panorama idiomatico siciliano, ora dal patrimonio curiale o provenzale, con ricchezza di metafore, di fenomeni fonetici che si incrociano durante l’alterco, nonché di esempi tratti dal simbolismo erotico del tempo, sulle tracce di Andrea Cappellano.

 

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