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Nella seconda metà del Duecento, nell’Italia centrale e in particolare in Toscana si diffuse più che mai la poesia lirica, secondo i modi in cui si era venuta configurando la trasmissione siciliana, trovando nell’area geografica circostante a Firenze, a Lucca, a Pisa e a Pistoia, l’ambiente adatto in cui affermarsi. Era il tempo dell’ascesa politica comunale della Toscana e questo, non poca incidenza ebbe, sia nella trascrizione delle canzoni siciliane, e quindi nel loro propagarsi, sia nell’impostazione stessa dei manoscritti, nell’infogliatura, nel livellamento linguistico che tradiscono continuamente il gusto e il costume storico dell’epoca.

I canzonieri

E infatti significativo che i due più illustri e antichi canzonieri provengano dalla provincia, non dalla città precisamente da Lucca, quello Palatino e da Pisa, quello Rediano, con le venature dialettali che ne conseguono. A contatto con la ricca e molteplice esperienza cittadina e municipale toscana, il repertorio siciliano si sfaldò in varie direzioni, aprendosi ad altri temi, oltre quello amoroso, nonché ad istanze morali e politiche. I poeti toscani combinarono insieme la lezione trobadorica con quella siciliana, in parte riecheggiando ora l’una, ora l’altra, in parte, attingendo anche ad un vasto patrimonio metaforico di derivazione dalle artes dictandi, o dai precetti retorici, oppure dal trobar clus. La diversa situazione storica tra Sicilia e Toscana, motiva e spiega in ogni caso il processo subito dalla lirica nel suo trapianto in quella regione centrale d’Italia, così aperta ed esposta al rinnovamento economico e politico; se, dunque i siciliani avevano privilegiato il tema amoroso, dando il primo posto alla tradizione dei trovatori provenzali e alla cultura poetica occitanica, i toscani legarono il motivo dell’amore, quasi come un mito, agli interessi morali e politici, non essendo loro possibile distaccarsi dal complesso tessuto sociale in cui affondavano le loro radici.

I rimatori toscani

Dal che le innovazioni, la varietà, l’apertura all’attualità e alla cronaca, della produzione toscana. Si potrebbero distinguere, comunque, due orientamenti fondamentali, in questa produzione: quello seguito dai seguaci di Bonaggiunta da Lucca, propenso a recuperare più da vicino le forme dello stile siciliano e quello seguito dai seguaci di Guittone d’Arezzo, più fedele alla tradizione transalpina. Tuttavia, i due modi di poetare non furono due differenti maniere poetiche, ma due tendenze con numerose coordinate che molto spesso si incrociarono. I nomi che vanno ricordati, oltre a quelli di Bonaggiunta e Guittone, sono: Meo Abbracciavacca di Pistoia, Folcacchiero dei Folcacchieri di Siena, Arrigo Testa di Arezzo, per quanto riguarda l’area provinciale. Per quanto riguarda l’area fiorentina, vanno invece menzionati Chiaro Davanzati, Dante da Maiano e una sconosciuta poetessa, Compiuta Donzella, unico esempio di presenza femminile nel panorama letterario (non solo poetico in senso stretto) medioevale. Non v’è dubbio che Firenze ebbe un ruolo assai importante e prioritario nella diffusione e affermazione della lirica, in questo periodo, perché come capitale rappresentava il centro focale della cultura toscana e vedeva convergere nel suo vasto ambito le diverse tendenze poetiche, oltre ai nuovi atteggiamenti letterari in formazione. Firenze, insomma, città ambiziosa e polivalente sotto il profilo sociale, preparò l’impianto per la nuova poesia che di lì a poco si sarebbe creata, su premesse bolognesi, la poesia stilnovistica, che avrebbe finalmente dato alla lirica italiana un’impronta unitaria.

Guittone d’Arezzo

Guittone d’Arezzo nacque da Michele del Viva d’Arezzo, probabilmente tra il 1230 e il 1235 e morì forse nel 1294. Di famiglia piuttosto agiata, prima ghibellina e poi guelfa, non ci ha lasciato molti dati sicuri sui quali ricostruire la sua biografia; sappiamo che nel 1285 fu a Bologna e che appartenne ai frati gaudenti, dell’ordine dei Cavalieri di Santa Maria, che appunto a Bologna dovevano da lui essere sostenuti nelle loro necessità. Proprio ai frati gaudenti è infatti indirizzata la canzone del 1266 O cari frati miei; nel 1293 compì una donazione in favore dei frati camaldolesi, per la costruzione del monastero degli Angioli, presso Firenze. Soggiornò a Pisa e a Firenze ma abbandonò di sua volontà la Toscana, per contrasti politici, già accumulati nel tempo in cui aveva aiutato il padre come tesoriere nel comune aretino. La sua esistenza fu comunque caratterizzata dalla conversione religiosa, che lo indusse ad abbandonare moglie e figli per darsi alla religione. Questo avvenimento segnò quasi uno spartiacque nella sua vita, separando tutta l’attività politica e sociale svolta nella fase giovanile, dal cammino religioso ed ecclesiastico, seguito successivamente, e condizionò anche la sua produzione poetica che appare percorsa sia da affiati mistici e di devozione, sia da motivi di impegno civile e sociale. Il canzoniere Rediano che contiene la silloge più antica delle rime di Guittone, le presenta appunto divise in rime profane e civili e rime morali e religiose, ma nonostante questa rigida ripartizione, l’ispirazione dell’aretino si poggiò soprattutto su ciò che gli stette a cuore e tenne dietro ad un infaticabile e continuo esercizio poetico che egli non abbandonò mai. Del resto la vivacità tumultuosa dei comuni toscani, specialmente di Arezzo, che aveva conosciuto prima la sconfitta di Montaperti (1266) e poi quella di Campaldino (1289), sollecitò un animo inquieto e appassionato come quello di Guittone a rendersi sempre partecipe degli avvenimenti e a riviverli nella sua pagina poetica, con trasporto. La sua esperienza si volse, quindi, ai provenzali, la cui influenza fu preponderante e alla lirica siciliana, dalla quale apprese le forme, specie guardando alla poesia di Giacomo da Lentini. Immagini, figure, metri, temi sono in Guittone in massima parte di stampo trobadorico e rivelano una chiara ascendenza da alcuni poeti precisi, come Bernart de Ventadorn, Americ de Perdigon, Raimbaut d’Aurenga, ma anche Bonifacio Calvo, Lanfranco Cigala, Sordello da Goito, rimatori italiani in lingua d’oc.

La tematica amorosa e cortese, pur di derivazione provenzale, in Guittone perde la sua astrattezza e la sua idealità, per calarsi nella realtà borghese e sociale, a contatto della quale acquista tutta una sua tragicità e problematicità, che la rende più concreta. Anche la rappresentazione scenica a cui ricorre il poeta è più intensa e più varia rispetto a quella dei modelli occitanici, mentre l’impianto linguistico si presenta pluralistico, fitto di apporti idiomatici, di molteplici inflessioni provinciali e non, corrispondente in pieno ai tanti interessi etici e didascalici di Guittone. Qualche volta accade che la ricerca stilistica generi una sorta di oscurità, al pari del trobar clus, in tal caso la poesia scade per lo sfoggio verbale, che diviene fine a se stesso e inutile prova di compiacimento. Ma, a parte queste riserve, l’esperimento guittoniano di ampliare gli orizzonti della poesia cortese, innestando sulla trama di base gli spunti politici, morali e sociali, che in lui erano il frutto e l’espressione delle ambizioni della borghesia toscana, resta da considerare come una svolta, non solo un episodio, dell’evoluzione della lirica italiana. Non vi è dubbio, comunque, che la vena poetica di Guittone si vada arricchendo e maturando man mano che dalla tematica amorosa egli passa a quella politica; egli combatté contro la sua città una battaglia guelfa, con enfasi e c
on passione, fino al punto da scegliere l’esilio per non condividere il governo ghibellino. Per questo riuscì a riempire i versi delle canzoni politiche di tutti i suoi risentimenti personali, che erano, d’altro canto, il riflesso del risentimento di tutta la società che egli sentiva di rappresentare.

Il tono poetico di Guittone

La sua lirica divenne quindi, anche lo strumento polemico di un cittadino che sapeva di essere impegnato in una lotta non soltanto sua. Servéndosi dei modi provenzali penetrati in Italia, durante la crociata degli Albigesi, e utilizzando i medesimi schemi compositivi, nonché la stessa tecnica, Guittone affila le sue armi verbali contro gli avversari, appoggiandosi, quando occorre, persino al sirventese occitanico. Il suo tono non divenne mai dolce e mistico, nemmeno dopo la conversione, che del resto, non fu certo causata da una crisi religiosa, bensì da ragioni sempre lucidamente ideologiche, che lo guidarono nelle file dell’ordine dei Cavalieri di Santa Maria. Lo animava infatti un programma quasi laico, di esortazione didattica, che andava nella direzione dei suoi vecchi ideali politici, percorrendo però una strada dottrinaria, legata agli insegnamenti biblici ed ecclesiastici. Si nota ciò pure nelle Lettere, in cui spesso confronta la sapienza pagana di un Cicerone e di un Seneca, con i testi di Sant’Agostino, San Gerolamo o San Gregorio, secondo gli espedienti delle artes dictandi, elogiando le virtù e spregiando i vizi, sempre con una certa punta polemica, da attivista.

Si vuoI dire con questo, che Guittone rimane fedele a se stesso e neanche nella produzione religiosa, come per esempio nella collana di sonetti sulle virtù e sui vizi umani, rinnegò i moduli secondo i quali aveva poetato nella stagione giovanile. Dal che deriva forse la sua unicità e l’originalità del suo scrivere: non dimentichiamo che per primo propose al nostro panorama letterario, il genere della ballatalauda. Tuttavia non si può altrettanto parlare di originalità di idee, nel campo dei contenuti amorosi o politici delle sue poesie; infatti, oltre alla rigidità dello schema compositivo che a volte lo imbriglia dall’esordio alla conclusione del canto, i giochi verbali che il poeta aretino compie, non valgono a smorzare una certa oscurità di stile, che qualcuno ha definito «ermetismo di Guittone», né valgono ad impedire che si noti la ripetitività di alcuni concetti, di certe esortazioni a ritornare al passato o delle lodi che egli ostinatamente fa del tempo antico, da buon conservatore, incapace di accettare nuove formule. A tale riguardo v detto che per questi limiti e per gli eccessivi artifici retorici, Guittone andò incontro a due clamorose e illustri stroncature: quella di Dante e quella di Cavalcanti.

Chiaro Davanzati

Tra i guittoniani fiorentini, si distinse Chiaro Davanzati, che si è soliti identificare con Clarus Davanzati Banbakai, un guelfo di San Frediano, che partecipò alla battaglia di Montaperti. Fu capitano del popolo nel 1294 e morì nell’aprile del 1304. Il suo canzoniere, di oltre sessanta canzoni e di centoventi sonetti, fu al centro di una grande attenzione in Firenze, non solo perché il poeta aveva un suo prestigio personale, come prova il carteggio con Guittone, con Dante da Maiano e con altri illustri rimatori, ma per l’originalità della sua poesia, che discostandosi sia da quella guittoniana, in senso stretto, sia da quella dolcestilnovistica che stava prendendo piede, proponeva esempi della tradizione provenzale e siciliana, senza riecheggiare i modelli, ma rinnovando le forme. Circa i temi la produzione di Chiaro è piuttosto varia, anche se vicina a quella toscana, amorosa e politica. Il suo canto si dispiegò sempre fluido e scorrevole, con una scrupolosa e accurata ricerca del ritmo e con un gradevole equilibrio dei registri tonali. Certo leggendo la poesia di Davanzati avvertiamo un forte rielaborazione del materiale poetico che gli veniva offerto dal patrimonio provenzale e da quello dei contemporanei, persino dallo stesso Guinizzelli, onde non si può fare a meno di pensare che egli fu assai abile e raffinato nell’esercizio letterario, e che forse gli mancò una autentica vena inventiva, ma non per questo possiamo misconoscere o sottovalutare, pur nel suo eclettismo, la grazia e il garbo del suo stile. Nel canzoniere si trovano lamenti, tenzoni, canti d’amore, dibattiti filosofici torno alla natura dell’amore, invettive politiche, argomenti moralistici o persino lodi della natura. In tanta varietà ditemi, c’è il sospetto che Chiaro si aprisse un po’ alle mode liriche del tempo e, quindi, rivelasse in qualche modo la crisi della poesia, che richiedeva senz’altro un rinnovamento più profondo, di contenuti, di modi e di forme, essendo ormai logorato tutto il repertorio di base; proprio perché egli se ne rese in parte conto, fondò il suo essenziale esperimento sulla ricerca di nuovi metri e nuovi schemi ritmici.

Compiuta Donzella

Esperienza unica nel suo genere e straordinaria, perché femminile, fu quella di una rimatrice fiorentina, che soleva firmarsi col nome di Compiuta Donzella, che certo era uno pseudonimo. Non sappiamo nulla di lei e della sua produzione, ci resta l’esigua silloge fiorentina tramandataci dal Codice Vaticano 3793, tre sonetti per la precisione, nei quali si mescolano modi della poesia siciliana, con accenti bonagiuntiani, più che guittoniani. In qualche momento la critica ha persino dubitato della sua reale esistenza, ma un paio di sonetti che a lei dedicò il fiorentino Mastro Torrigiano ed una lettera a lei inviata dallo stesso Guittone d’Arezzo, smentiscono l’ipotesi di un’invenzione letteraria. C’è nella poesia di questa gentile autrice una delicatezza ed una tenerezza di immagini che ne costituiscono la qualità essenziale, ma c’è anche il senso di una precarietà dell’esistenza, che sebbene non espresso drammaticamente, si avverte come motivo centrale, specie nel sonetto A la stagion che il mondo foglia e fiora. Tuttavia l’esiguità dei riferimenti e del materiale non consente di tracciare un quadro più esauriente e completo di questo personaggio, che forse, proprio per la sua misteriosità, rimane suggestivo ed esercita un certo fascino sul panorama della poesia medioevale.

Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca

Il Codice Vaticano citando Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca col titolo di ser, gli attribuisce un vero primato fra i poeti toscani, collocandolo tra gli iniziatori. Pochi i dati biografici a lui riferibili: sappiamo che fu notaio, che scrisse poesia sopratutto negli anni dal 1242 al 1247, che morì prima della fine del duecento, come si deduce dalla sua apparizione nella Divina Commedia. Ebbe una corrispondenza con Guinizzelli e Cavalcanti, vide quindi sorgere e diffondersi il «dolce stil novo », tanto è vero che Dante, nel Purgatorio (canto XXIV) a lui affida la definizione del nuovo stile, facendo di lui il mediatore tra il vecchio e il nuovo, mentre di Giacomo da Lentini e di Guittone, egli fa rispettivamente i due capifila di due diverse scuole poetiche esaltando la prima (quella dei siciliani) e condannando la seconda (di Guittone).

Certo il divino poeta attribuì tanta importanza a Bonagiunta per l’operazione di trapianto, da lui svolta, dei modelli meridionali, in Toscana, secondo le forme di un canto molto più tradizionale di quello tentato da Guittone. L’opera del poeta lucchese si compone di undici canzoni, cinque ballate, venti sonetti; i temi sono vari, a seconda del riecheggiamento di quelli siciliani, sia aulici, sia popolari. Oltre la tematica amorosa, quindi, compaiono problemi filsofico-morali, affrontati dall’autore con facilità e con una spiccata inclinazione per la discorsività, derivata, in parte, dai testi trobadorici. I metri, invece, sono decisamente federiciani, con qualche sviluppo più arioso, rispetto ai modelli meridionali, o più melodico. Nel linguaggio si intravede, qua e là, una sfumatura idiomatica di sapore provinciale, che pur non guasta, anzi conferisce allo stile una maggiore originalità. Del resto, mentre l’esperimento di Guittone mirava ad alterare i tratti fondamentali del parlare siciliano, Bonagiunta si limitò a colorire un po’, col suo volgare provinciale, la lirica, usando prudentemente e con discrezione i mezzi espressivi di cui disponeva e puntando, se mai, ad una più larga varietà di contenuti che, infatti, variano, come si è detto, dall’area moralistica, a quella didascalica, amorosa o parenetica. Anche l’uso delle metafore e delle similitudini in Bonagiunta è contenuto, in confronto alla poesia sicula, che proprio avvalendosi di queste figure, raggiungeva il massimo dell’eleganza. Tuttavia è innegabile che, malgrado le diversità e i cambiamenti operati dal poeta lucchese, la poesia siciliana è da lui tenuta costantemente presente, tanto che egli costituisce il vero raccordo di essa e la poesia stilnovistica, sebbene quest’ultima sia stata da lui solo presentita e non condivisa consapevolmente. Bonagiunta non riuscì a percepire la novità dello stil novo fino in fondo, né la ricchezza poetica: lo dimostra la sua polemica con Guinizzelli, accusato di aver tradito la tradizione, con la sua rivoluzionaria teoria amorosa. In ogni caso gli spetta, però, il merito di aver imposto la lirica in Toscana.

 

Bibliografia

  • Il movimento siculo-toscano, in Letteratura Italiana: l’età medievale, Einaudi, Torino, 1988.
  • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.
 

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