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Antipurgatorio. Le anime degli scomunicati. Manfredi

Il primo gruppo di anime che espiano le loro colpe nella zona che sta tra il pendio della montagna e la porta del purgatorio è quello degli scomunicati, di coloro cioè che per ribellione o disobbedienza sono stati esclusi dalla comunità dei fedeli. Tale condanna compete all’autorità ecclesiastica. Ai tempi di Dante la scomunica era comminata con relativa facilità, e spesso, dietro alla motivazione d’ordine religioso, si nascondevano interessi di natura politica. Dante ritiene legittima la scomunica solo se alla sua origine vi sono motivazioni squisitamente spirituali. E soprattutto vuole ribadire come ancora sopra la giustizia, pur sempre terrena, amministrata dalla Chiesa, vi sia la giustizia divina, anzi la immensa misericordia divina. Ad essa sola spetta il giudizio definitivo. Gli scomunicati, pur esclusi, possono rientrare nella comunità purché si pentano e questo può avvenire anche in fin di vita. Per tale indugio nel pentimento restano nell’antipurgatorio trenta volte il tempo in cui vissero da scomunicati. La stessa lentezza ora sono costretti a subire come forma di espiazione nell’aldilà, come contrappasso. Così, furono emarginati, condannati in terra all’isolamento: ora invece procedono aggruppati e imparano che la salvezza è nella obbedienza ad una legge comune, nella fedeltà alla comune radice umana. Su questo motivo del contrasto tra unione e divisione, tra comunità e isolamento si svolge tutto il canto. Mentre i due poeti si apprestano con sollecitudine a salire il monte, il sole è già alto davanti a loro e proietta una sola ombra sul terreno; il poeta teme di essere restato solo ma Virgilio lo rassicura affettuosamente: dinanzi a lui non può formarsi un’ombra perché i corpi aerei delle anime sono diafani. Come mai le anime sono esposte a pene che richiedono la presenza del corpo? La potenza divina opera in modi misteriosi che sfuggono alla limitata ragione umana. È folle presunzione pretendere di conoscere ciò che esula dalle possibilità dell’intelletto dell’uomo. Commisero questo peccato di presunzione i grandi dell’antichità classica che ora sono nel limbo, dove vivono in continuo desiderio della visione di Dio, ma senza speranza. Virgilio tace turbato, poi i due pellegrini riprendono il cammino. La parete davanti alla quale si fermano è inaccessibile: e mentre Virgilio cerca una via per salire, Dante vede un gruppo di anime che si avvicina. Si muovono compatte come pecorelle che escono dal recinto, umili, mansuete: se la prima si ferma, si fermano anche le altre e senza impazienza. Ai due poeti indicano la strada agevole anche per un vivo: ma proprio il fatto che ci sia lì un vivo le sorprende e le fa fermare. Una chiede di essere riconosciuta. È Manfredi, re dell’Italia meridionale, poeta, uomo di eccezionale cultura, capo dei ghibellini, avversario del papa Clemente IV che gli oppose Carlo d’Angiò. Nella battaglia di Benevento (1266) il re svevo fu vinto ed ucciso. Ora è lì a scontare la lentezza del pentimento. Dante lo descrive come un uomo di nobile aspetto: biondo, bello, ma con due cicatrici. Desidera che il poeta rechi in terra notizia di lui, perché la figlia Costanza preghi per lui, per accelerarne la redenzione. Manfredi non esita a riconoscere la gravità dei suoi peccati; ma Dio pietosamente accolse il suo pentimento in punto di morte. Dio — ricorda Manfredi — è soprattutto misericordia. Grave è la colpa di quegli ecclesiastici che si accaniscono sul peccatore anche quando è morto. Degno perciò di condanna il vescovo di Cosenza che disseppellì il cadavere di Manfredi e lo fece trasportare in terreno sconsacrato, a perpetuarne l’esclusione. Ormai Manfredi può guardare al passato con distacco. L’unica cosa che ancora lo lega al mondo è la figlia, in quanto con le sue preghiere potrà aiutarlo nella sua opera di redenzione. Il canto si svolge sul tema della scomunica come esclusione e della comunione come unità: da un lato la dogmatica intolleranza degli ecclesiastici, dall’altra la misericordia immensa di Dio, la sua imperscrutabile giustizia. Ci sono gli uomini che, burocraticamente chiusi nel formalismo religioso, ora privilegiano ora escludono, e ci sono quelli che operano secondo misericordia, comprensione, indulgenza. Solo con l’umiltà si può superare sia la presunzione sia la tendenza all’odio. I grandi dell’antichità presunsero con la ragione di conquistare l’infinito e rimasero al di qua del cristianesimo. I potenti ecclesiastici che condannarono Manfredi hanno presunto di poter escludere un’anima dalla salvazione, e della scomunica hanno fatto uno strumento delle lotte terrene, dei loro egoistici interessi. Umile è Virgilio quando si accorge che da solo non può superare le difficoltà del cammino; umile e Dante quando dice a Manfredi di non averlo mai conosciuto; umile anche Manfredi « la cui alta personalità si china alle universali leggi divine e che, pur conservando ancora per istinto ed abitudine tutta la sua aristocraticità regale, si fa riconoscere non per una corona, ma per due ferite » (E. Caccia, Il canto III del « Purgatorio a, Firenze 1967). È su questa rasserenante nota di umiltà che si svolge sommessa la linea melodica del canto, con le sue aperture ad un mondo di pace e di serenità. La pensosità di Manfredi, la mitezza delle anime, l’elegia di Virgilio, rendono queste pagine politiche tra le più complesse ma anche tra le più intime ed umane della Commedia.

 

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