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Cielo quarto o del Sole. Spiriti sapienti. Elogio di San Francesco

Alla conclusione del discorso di San Tommaso le anime si abbandonano ad una danza e ad un canto in cui si esprimono la loro concordia e la loro carità con lo stesso armonico accordo con cui si muovono le corde dell’orologio, le quali risonando invitano i monaci all’operosità e alla meditazione. Felici dunque coloro che come i monaci si chiudono nell’intimità e nella mistica contemplazione che aprono le strade al paradiso! In contrasto totale con lo spettacolo dei beati è quello di coloro che in terra si lasciano trascinare dall’avidità e gareggiano per la conquista di beni mondani: e sono ecclesiastici, giuristi, medici, politici, mercanti, tutti uniti nella ricerca dell’ozio e dei piaceri della carne. Polemico dunque, l’avvio del canto, verso la società antitetica ai valori di cui si alimenta il paradiso. A quei valori che Cristo consegnò agli uomini e dei quali diede personale testimonianza restò fedele San Francesco, il vero modello di santo e di uomo, che dopo il traviamento giovanile seppe trovare nel ritorno all’esempio di Cristo la risposta giusta ai problemi di una società lacerata e divisa dalla prepotenza e dalla avidità di gioie consumistiche.

La sua risposta si articolò in forme complesse ma nella sua essenza essa si presenta in questi termini:

  1. alla corsa al denaro e al potere economico che davano ai mercanti (e il padre di Francesco era un mercante) forza sopraffattrice e inclemente Francesco oppose l’ideale della povertà: e non tanto o soltanto quella che può coincidere con la miseria, quanto quella spirituale di attiva capacità della persona di respingere ogni legame con gli interessi terreni, con le sue lotte per il potere: da questa interiore capacità di volontario e sofferto ripudio dei beni nasceva anche il rifiuto delle ricchezze come elemento non solo inessenziale ma antitetico alla vita morale e religiosa. Sulla povertà intesa in questo senso, Cristo impostò il suo insegnamento; lo stesso fece San Francesco che a Dante appare come l’unico cristiano che si sia fatto interamente simile’ al maestro;
  2. alla violenza della guerra quotidiana, fatta di sangue e di intolleranza, egli oppose la non violenza, la tolleranza: non disse mai ai suoi seguaci: siate come sono io, ma ognuno sia fedele a Cristo nel modo che gli è consentaneo;
  3. alla crociata armata oppose la sua crociata di predicatore disarmato che in Oriente reca al Sultano il messaggio di Cristo, fatto di amore della povertà. Per tale via egli si presenta radicalmente diverso dal modello personale e sociale dell’uomo del Medioevo: non mercante ricco e potente, ma religioso umile e povero, non uomo della violenza ma della carità, non guerriero ma crociato della persuasione. C’è però nel Francesco di Dante qualche atteggiamento che non è proprio del santo storicamente definito, ma piuttosto del personaggio che il poeta ha in qualche modo “manipolato” e ricondotto ad una dimensione più dantesca che francescana: il santo non è il poverello che colloquia con gli uccelli ma il guerriero che affronta il padre, che risoluto celebra le nozze con la Povertà, che con fermezza regale chiede ad Innocenzo il consenso per un ordine fondato sulla durezza della regola, che va a sfidare il Sultano e a predicare in sua presenza la fede di Cristo, che si rifugia sulla cruda cima di un monte e vuol morire sulla nuda terra. Dante si è servito per quest’episodio dei testi fondamentali del francescanesimo, delle vite del Santo scritte da Tommaso da Celano e da San Bonaventura. Dall’episodio scaturisce l’immagine di un santo intento ad un compito eroico, che trascorre per il mondo, in apparenza mite, in sostanza in polemica con il corrotto costume della sua società, quella ecclesiastica e quella civile, sempre richiamando (ed è qui l’affinità con Dante) al grande ideale di Cristo: di povertà, di tolleranza, di non violenza.

Terminato l’elogio di San Francesco, Tommaso lancia un’invettiva contro i suoi confratelli domenicani: nel canto che segue il francescano Bonaventura rampognerà i francescani. L’ispirazione che regge i canti XI e XII è identica: Dante vuole ancora una volta sostenere che la fonte di ogni male è la cupidigia e che questa ha contagiato perfino i grandi ordini mendicanti. A misurare la vastità della degenerazione basti osservare la distanza che separa gli ordini attuali, la loro potenza finanziaria e politica con le prospettive dei loro fondatori: se si vuole uscire dal serpente della ricerca dei beni terreni, è necessario tornare a Francesco e a Domenico, cioè all’autentico messaggio di Cristo. Il canto si muove, dunque, tra i due poli della polemica severa contro i nuovi tempi, i nuovi francescani e domenicani, e di invito al ritorno degli uomini che come San Francesco asserirono con eroica fermezza nella povertà la validità della legge cristiana. « La concentrazione dell’interesse di Dante sulla povertà riceve singolare luce se si mettono a riscontro dell’XI canto le storie di Francesco che qualche anno prima erano andati affrescando, ad Assisi, Giotto e i suoi aiuti. Questi partono, si badi, dalla stessa Legenda di Bonaventura (da cui mosse Dante) ma dei due grandi affreschi della basilica superiore, uno solo, e marginalmente, si riferisce alla povertà, quello sulla rinuncia all’eredità paterna dinanzi al vescovo; gli altri sono miracoli in vita e in morte, visioni, di Francesco e di altri, episodi concreti di vita e di apostolato, ecc. Orbene proprio questa disparità tra Dante e Giotto ci permette di penetrare meglio nelle ragioni storiche della preferenza assoluta data dal primo al tema della povertà; quando si rifletta che la basilica di Assisi era stata voluta da frate Elia, contro l’insegnamento del santo, ribadito nel Testamento, che vietava l’erezione di chiese ricche; che essa basilica dipendeva direttamente dalla Curia; che questa aveva provveduto all’ingente finanziamento e a incaricare della decorazione pittori di sua fiducia; che in particolare Giotto era creatura di essa. Sicché quando Dante disegnava diverso, puntando tutto sulla povertà, era in posizione polemica implicita coi conventuali e con la Curia romana.

 

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