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Cielo quarto o del Sole. Elogio di San Domenico e condanna dei francescani

Non appena San Tommaso ha posto termine alle sue parole di dura condanna della corruzione dei domenicani, una nuova corona di dodici anime si dispone attorno alla prima, con la quale, all’unisono, danza e canta. Nel paradiso tutto è dimostrazione di concordia, di pace, di armonia. A un certo punto le due corone si fermano, e dall’interno della nuova corona si alza una voce che richiama l’attenzione del poeta con la stessa irresistibile forza con cui l’ago della bussola si muove in direzione della stella polare. L’anima che si dice francescana vuole rispondere alla cortesia del domenicano Tommaso e tessere l’elogio di San Domenico. È giusto che Francesco e Domenico vengano esaltati insieme: combatterono e soffrirono in terra negli stessi anni per lo stesso fine. Quando Dio spinto da misericordia volle venire in aiuto all’umanità deviata, inviando due forti campioni della fede, la cristianità che pur era stata redenta procedeva nei dubbi e nell’errore: pochi, sparuti i gruppi di veri cristiani. A questo punto, aggiunge San Bonaventura, (l’anima che parla è lui), nacque Domenico in Spagna e precisamente in Castiglia, nella città di Calaruega. Presto si rivelò destinato a fare grandi cose: aveva la statura morale dell’atleta, del campione benevolo coi cristiani ma implacabile con i nemici della fede. L’anima sua era ancora nel grembo materno, ma colma com’era di virtù rese la madre capace di predire i frutti straordinari che sarebbero nati dal santo : infatti essa sognò che avrebbe dato alla luce un cane bianco e nero (i colori dell’abito domenicano) con una fiaccola in bocca (segno dell’impegno del santo). Altro indizio della eccezionale grazia che accompagnava il neonato si ebbe all’atto del battesimo: la madrina in sogno vide il bambino con una stella in fronte (segno della luce ch’egli avrebbe diffuso. La predestinazione fu evidente anche nella scelta del nome: fu chiamato Domenico ad indicare che era tutto del Signore (Dominus). Il primo sentimento che rivelò fu per l’umiltà e la povertà; spesso fu trovato dalla nutrice, desto e tacito in terra come volesse dire: sono venuto per vivere in umiltà e povertà. Presto si dedicò agli studi di teologia e si fece dottissimo non per conseguire beni ed onori, dietro i quali ora molti, troppi in terra si mettono: quanti medici e quanti giuristi per lucro! Il suo intento di studioso fu quello di attendere alla vita e alla difesa della Chiesa. Per questo alla Santa Sede, che in altri tempi fu più generosa di quanto oggi non sia, con i poveri, e precipita verso la corruzione non per colpa dell’istituto pontificio ma del papato, sì lontano dai suoi doveri, egli chiese non di trattenere per sé buona parte dei frutti dei beni destinati ai poveri, non una carica vescovile, non prebende e privilegi traducibili in denaro, ma il permesso di combattere contro gli eretici che minavano la società cristiana. Fu lui, infatti, tra i sostenitori della crociata contro gli Albigesi, la setta ereticale stanziatasi in Provenza e che fu impietosamente distrutta dall’azione dei crociati francesi. Ottenuto da Onorio III, papa, il riconoscimento del suo ordine monastico, si mosse con l’impeto di un torrente che sgorga da una sorgente profonda: la sua predicazione si abbatté sugli eretici di Provenza con forza incontenibile. Da lui, dalla sua predicazione e dalla sua attività organizzativa nacque la grande famiglia che si disse dei frati predicatori e che noi diciamo domenicana. Dunque Francesco e Domenico furono i due grandi pilastri della rinascita della Chiesa: l’uno distintosi per lo spirito di povertà, l’altro per l’energia con cui condusse e vinse la guerra contro gli eretici. Ma la traccia segnata da lui e dai suoi seguaci ora è stata abbandonata: così anche quella segnata da Francesco. L’ordine francescano, se si fa un paragone tra quel che era all’inizio e quel che è ora, si potrebbe dire capovolto. I francescani fedeli all’esempio del fondatore sono molto poveri. Dietro l’esempio di Ubertino da Casale e di Matteo di Acquasparta 1 ordine si e fatto assalire da furia autodistruttiva e si e scisso in due gli spirituali che vogliono una più rigida difesa della regola, i conventuali, più lassisti. A questo punto Bonaventura presenta gli spiriti della corona: Illuminato da Rieti, Agostino di Assisi, Ugo da 5. Vittore, Pietro Mangiadore (teologi questi ultimi due), Pietro Ispano, medico e teologo, Natan, profeta ebraico, Giovanni Crisostomo, patriarca di Bisanzio, Sant’Anselmo d’Aosta, filosofo, Elio Donato, grammatico. Infine il teologo Rabano Mauro e l’abate calabrese Gioachino da Fiore, che ebbe il dono della profezia. L’elogio è finito e anche se è stato pronunziato da un solo beato vi hanno partecipato tutti i beati della corona, come rivela la loro intensità luminosa.

 

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