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Cerchio VII. Il Minotauro. I Centauri. Gli omicidi

Ripreso il cammino i due poeti scendono nel cerchio sottostante per una strada malagevole, una specie di burrone o di slavina. Di una di queste frane rovinose Dante ha anche il ricordo: prende il nome di Slavini di Marco, nella valle dell’Adige all’altezza di Rovereto. Al margine della frana sta disteso il Minotauro, il mitico mostro che gli antichi disse’ nato dai bestiali amori di Pasifae, moglie di Minosse, e di un toro. Quando si accorge dei due viandanti, preso da collera, si morde. Virgilio lo rintuzza facilmente: non crea gli grida, di essere in presenza di quel Teseo che l’uccise con l’aiuto di Arianna. Questo sferzante ricordo dà al Minotauro un’energia dissennata e grottesca : saltella qua e là abbandonando il varco che doveva custodire, attraverso il quale i due passano. Quel passaggio franoso questa specie di parete caduta dalla montagna, si aprì, dice Virgilio, il giorno in cui Cristo morì sulla croce: allora la terra fu scossa da un terremoto ed anche l’inferno ne fu investito. l’evento, che ha lasciato il segno nelle varie frane o crolli che si incontrano nei cerchi, volle significare che una nuova epoca di libertà s’era iniziata: l’inferno era sempre più limitato nel suo nefasto potere. Intanto a valle comincia a vedersi il Flegetonte, fiume di sangue bollente. Vi sono immersi coloro che fecero violenza al prossimo, sia quella provocata dall’ira concretatasi nell’omicidio sia quella dettata dalla cupidigia e precisatasi come rapina, aggressione, devastazione ecc. Mentre il fiume che si distende ad arco nella valle è popolato di anime, il terreno tra la base del cerchio e il fiume è attraversato e guardato da Centauri armati di saette. L’arrivo dei due pellegrini li sorprende e li dispone all’offensiva: tre di loro staccatisi dal gruppo si accostano per chiedere ai due poeti a quale pena essi sono destinati: lo dicano stando fermi, se non vogliono essere colpiti dalle frecce. Diremo tutto a Chirone, al vostro capo — risponde Virgilio — non c’è necessità di essere precipitosi; e questo dovrebbe averlo imparato proprio lui, Nesso, il centauro che li minaccia. In terra innamoratosi improvvisamente di Deianira tentò di rapirla, ma fu ucciso dal marito di lei, Ercole. Gli altri due sono Folo, iroso e violento, e Chirone, che fu saggio maestro di Achille. Dante intanto viene osservando che i Centauri hanno il compito di impedire alle anime dei dannati di uscire dal fiume di sangue: chi esce, è colpito da una freccia e ricacciato dentro. Ottenuto il permesso di accostarsi, i due pellegrini si muovono e fanno scivolare delle pietre: il fatto è subito avvertito dal sagace Chirone: questo non potrebbe avvenire se almeno uno dei due non fosse vivo ed un vivo non potrebbe essere giunto fin laggiù, senza il beneplacito della grazia divina. È proprio un vivo, conferma Virgilio accennando a Dante, ed è qui perché questo itinerario di salvezza gli è stato prescritto dalla divinità; Virgilio lo accompagna perché così ha voluto una donna scesa dal paradiso. Dunque Chirone li faccia passare e li affidi a un Centauro perché possano attraversare il fiume, prendendoli sulla groppa. Il compito tocca a Nesso, col quale i due poeti si avviano verso il fiume dove i « bolli ti » alzano alte strida. Quelli attuffati fin agli occhi sono i tiranni, che fecero violenza contro il sangue e i beni dei loro sudditi: c’è qui Ezzelino da Romano, un tristo signorotto del territorio di Treviso, noto per la sua efferatezza; vi è anche Dionisio, tiranno di Siracusa, ed Obizzo II d’Este. Più in là, immersi fino alla gola dentro il bollore, ci sono gli omicidi; coloro che hanno fuori la testa e il petto o sono immersi solo coi piedi sono gli autori di aggressioni a mano armata a scopo di furto. In altra parte, aggiunge Nesso, ci sono Attila, Sesto Pompeo, Rinieri de’ Pazzi. Sulla groppa del Centauro i poeti passano il fiume.

 

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