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L’ordinamento morale dell’inferno

Arrivati ai margini del nuovo cerchio (il settimo) i due poeti per difendersi dal fetore insopportabile che sale dalla valle, si fermano dietro , una grande tomba, sul cui coperchio c’è la seguente iscrizione: « custodisco papa Anastasio. Papa dal 496 al 498, secondo Dante seguì l’eresia di Acacio, il quale credette che in Cristo vi fosse la sola natura umana. Virgilio utilizza il tempo necessario perché Dante si abitui al fetore, spiegandogli i criteri d’ordine morale ai quali obbedisce l’ordinamento dell’inferno. Il criterio centrale si fonda sull’indagine della natura del peccato. Il fine di ogni azione peccaminosa è l’ingiuria cioè la violazione del diritto degli altri. Tale violazione si attua in due modi: con la forza, cioè con la violenza o con la frode. Offende più la divinità, e perciò è punita nella parte inferiore dell’inferno, la frode, malvagità peculiare dell’uomo, determinata da un intervento irregolare della ragione.

I cerchi entro cui si collocano i dannati dopo la città di Dite sono tre (non si tien conto per ora del sesto): il primo cerchio, settimo della numerazione totale, è assegnato a coloro che offendono con forza, ai violenti; ma poiché si può commettere violenza contro Dio, contro se stessi e contro il prossimo, il settimo cerchio si suddivide in tre gironi (cerchi concentrici all’interno del cerchio grande): nel primo girone sono puniti coloro che usarono violenza al prossimo nella persona e nelle cose (omicidi e predoni, e predoni sono coloro che rubano usando violenza); nel secondo girone si trovano coloro che usarono violenza contro la propria persona (suicidi) e contro le proprie cose (scialacquatori); il terzo girone è di coloro che fecero violenza contro Dio (bestemmiatori), contro natura (sodomiti), contro arte (usurai). La frode poi che è caratterizzata da un uso ribaltato della ragione può essere fatta in molti modi, ma soprattutto in due: frode contro chi non si fida o frode contro coloro che hanno dato fiducia alle persone da cui sono raggirati. Certo sono più colpevoli i fraudolenti che ingannano cinicamente coloro che si fidano di loro, e cioè i parenti, gli amici, gli ospiti, i concittadini. I due cerchi, ottavo e nono, sono occupati dai fraudolenti: l’ottavo dai fraudolenti che ingannano le persone che in loro non ebbero fiducia, il nono dai traditori. I fraudolenti dell’ottavo cerchio si suddividono in dieci categorie collocate ognuna in una bolgia (un avvallamento a forma di borsa) secondo il seguente ordine: ruffiani, adulteri, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, cattivi consiglieri, seminatori di scandalo e di scisma, falsari.

L’ultimo cerchio, il nono, ove si trovano i traditori è diviso in quattro zone: la prima, la Caina, è dei traditori dei parenti, la seconda, l’Antenora, dei traditori della patria, la terza, la Tolomea, dei traditori degli ospiti; la quarta, la Giudecca, dei traditori dei benefattori. In fondo all’inferno sta Lucifero. Per completare il quadro, bisogna ricordare i peccatori dei primi cerchi. Nel Il i lussuriosi, nel iii i golosi, nel IV gli avari e i prodighi, nel V gli iracondi e gli accidiosi. Il primo cerchio, il limbo, e il sesto sono di coloro che o non furono religiosamente inseriti nella fede cristiana (non ebbero il battesimo, e se vissero prima di Cristo, non credettero in lui) o furono parzialmente dentro la fede, della quale rifiutarono uno o più dogmi (eretici). Il sistema penale dell’inferno, a parte i peccati di natura religiosa, si fonda sulle tre disposizioni che inducono l’uomo al male e spiacciono a Dio: l’incontinenza, la malizia e la matta bestialità. Delle tre disposizioni malvagie la Prima è la meno offensiva e perciò i peccatori di incontinenza (cerchi 2-5) sono puniti con minore severità. Dante ha ancora un dubbio: perché mai l’usura è violenza contro Dio? Risponde Virgilio: ogni uomo trae i mezzi di sostentamento dalla natura e dall’arte (arte insieme delle tecniche di intervento sulla natura), e Dio prescrive il lavoro (o arte) come legge fondamentale. L’usuraio che trae il suo guadagno non dal proprio lavoro, ma dallo sfruttamento del lavoro altrui, cioè dal frutto disonesto del denaro prestato ad interesse, offende l’arte e quindi Dio.

 

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