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Cerchio VI. Eretici. Farinata e Cavalcante

Varcata la soglia della città di Dite, i due poeti, per un sentiero che corre lungo la parte interna del muro, si affacciano su una campagna di desolata e spettrale vastità, popolata di tombe scoperchiate ed infuocate in cui giacciono gli eretici.

Il loro peccato non è di natura morale; perciò tra loro (come nel limbo) troviamo anime di alto sentire. Essi ebbero una cultura laica, tesa all’affermazione delle virtù che fanno grandi gli uomini in questa terra: il loro ideale fu un paradiso terreno. Come già le anime del limbo anche queste vivono in un luogo appartato: nelle loro tombe c’è il fuoco, simbolo di uno spirito ardente che però usarono così scorrettamente da meritare di esserne eternamente tormentati. Stanno dentro le tombe o perché meditarono a lungo sul destino dell’uomo e negarono l’immortalità o perché in esse si perpetua la morte spirituale di chi si allontana da Dio. Una zona del cerchio è occupata da quelli che Dante e i suoi contemporanei dissero erroneamente epicurei, i quali non credettero nell’immortalità dell’anima. Qui avviene l’incontro con Cavalcante e con Farinata, due personaggi della generazione precedente, contemporanei di coloro che il poeta ammira per la loro forza morale. A quegli uomini Dante guardò come ad esempi di una società non lacerata dalle guerre civili, non contaminata dalla gente nuova (dagli arricchiti).

Quegli uomini avevano combattuto, ma erano stati magnanimi e disinteressati. Però lo stesso Dante non può non avvertire che le nuove generazioni hanno esasperato gli elementi di violenza e di corruzione già insiti nella Firenze antica: gli uomini come Farinata provocarono la rotta guelfa di Montaperti, che si pose nella coscienza dei fiorentini come un invalicabile diaframma tra gli ideali dell’aristocrazia magnatizia e quelli della nuova democrazia borghese.

Appassionati e passionali dunque guelfi e ghibellini, ma magnanimi ed egualmente capaci di incontrarsi nel comune amore e nella comune difesa della città. Erano miei avversari i guelfi, dice Farinata, ma erano «fieri>). Dante però a questo punto idealizza le cose: dimentica di rilevare cosa c’era dietro quella fierezza. I guelfi, cacciato via Fari- nata, rasero al suolo le case sue e quelle dei ghibellini. Questi, rientrati dopo Montaperti, demolirono «cento cospicui edifici e circa seicento case più modeste, senza parlare delle botteghe degli artigiani ». C’era al di sopra delle fazioni un comune ideale, così intensa mente vissuto da trascinarli sulla via dell’errore: quella loro fiducia in sé e nella ragione li fece trasmodare, e l’ideale politico fu da loro separato da quello religioso. Qui è la ragione della loro condanna sul piano dell’eternità; ma anche su quello contingente della storia in quanto portatori di guerre civili. Lo stesso errore che indusse Farinata ad una passione politica esclusiva, è in Cavalcante, un padre tutto preso dall’adorazione per l’ingegno straordinario del figlio, che ritiene la superiorità culturale e poetica, la chiave che apre tutte le porte, non accorgendosi che l’uomo ha come unico itinerario quello che lo conduce a Dio. Su queste premesse di concezioni politiche e religiose costruisce l’episodio di Farinata e di Cavalcante, che può per comodità essere diviso in quattro momenti:

  1. il primo colloquio tra Dante e Farinata che si svolge come contrasto tra due avversari politici;
  2. l’apparizione di Cavalcante, teso a rivendicare la superiorità intellettuale del figlio;
  3. il secondo colloquio con Farinata che avvia alla scoperta degli elementi di umanità non statuaria presenti nel grande fiorentino;
  4. la discussione sulla preveggenza dei dannati come seguito all’evidenziazione degli elementi di umanità della scena precedente.

La critica romantica di questi momenti rilevò solo quelli in cui si incontrano e scontrano i due protagonisti e insistette sul tema della figura statuaria, titanica, del Farinata che si erge su tutti e sprezza l’inferno. In Farinata si vide l’eroe che si esalta nella opposizione, nella inaccettazione della realtà dura e impenetrabile, si sublima nella sconfitta che fa del vinto una creatura più alta che non il vincitore.

Ora il canto è da noi letto in toni più distesi e la voce nostra si ferma a rilevare i terni della tristezza, delle sventure umane, dell’ingiustizia: il dramma e il problema di Fari- nata sono quello della giustizia della sua politica, e l’altro della misura e proporzione morale delle sofferenze dei suoi discendenti  (M. Sansone, Il canto X dell’Inferno, Firenze, 1964). La mestizia che accompagna l’azione politica, così feroce talvolta, si riflette m Dante, il quale attraverso l’incontro coi due fiorentini individua anche in sé ragioni di sofferenza: la lotta politica destinata a rivelarsi inefficace, la fine dell’amicizia con Guido, l’attesa del futuro, carico di tristi presagi.

 

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