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Paradiso terrestre. La processione simbolica

Conchiuso il suo discorso sulla presenza dell’acqua e del vento nell’Eden, Matelda, con l’atteggiamento felice come di donna innamorata, riprende il suo canto e intona il salmo « Beati coloro ai quali sono da Dio perdonati i peccati «; intanto, come le ninfe, delle quali la mitologia diceva che si aggiravano solitarie nelle ombrose selve, si muove in direzione contraria alla corrente del fiume, lungo la sponda; anche il poeta, sulla sponda opposta, si avvia misurando il passo su quello di lei. Dopo circa cinquanta passi, le rive del fiume piegano a sinistra: il poeta si trova volto ad oriente. Procedono sempre appaiati e staccati dal fiume per alcuni passi: d’un tratto Matelda richiama l’attenzione del poeta su un evento di straordinaria importanza: fratello, guarda ed ascolta. Una luce improvvisa e folgorante traversa in ogni parte la selva: ma non trascorre, vi insiste e splende sempre più. Intanto per l’aria, quasi correndo sulla linea di luce, si diffonde una dolce melodia. Tutto si fa sempre più bello e meraviglioso e tutto invita ad una meditazione amara: di quanta felicità si privò Eva col suo ardimento, allorché non volle restare entro il velo che limitava la sua conoscenza, e precipitò l’umanità nel peccato! Pur assorto e in atteggiamento di mistica contemplazione e soddisfazione di fronte a beni di così incalcolabile perfezione, il poeta continua a procedere: l’aria si fa ora rosseggiante per la presenza di un nuovo, più intenso splendore: la melodia genericamente dolce si fa più distinta e si precisa come un canto. Lo spettacolo ha qualcosa di sovrumano ed il poeta, avvertendo l’insufficienza dei suoi mezzi espressivi, invoca le Muse perché l’assistano: « O sacrosante vergini, egli dice, se qualche volta nella mia attività poetica per amor vostro ho sofferto fami e freddi o veglie, un nobile motivo mi induce a chiedere ora il vostro aiuto, a compenso di ciò che per voi ho patito. Ora è necessario che il monte Elicona, sede delle Muse, effonda per me le sue dolcezze poetiche, e che la musa Urania, che presiede alle cose celesti, mi aiuti a mettere in versi cose difficili anche solo a pensarvi ». Poco più oltre, ma per la distanza riesce difficile distinguere con precisione, al poeta sembra di vedere sette alberi d’oro; quando vi si è avvicinato, si accorge che sono candelabri luminosi: intorno si sente cantare “ osanna “. Stupito ed incapace di darsi da solo una ragione dello spettacolo, si volge a Virgilio il quale però è non meno stupito: il mondo che gli è davanti sfugge ai suoi poteri razionali. I candelabri si muovono con molta lentezza, pari al lento incedere della sposa novella nel corteo nuziale. Matelda che lo vede fisso solo ai candelabri lo invita a guardare anche a ciò che è dietro di loro. È una vera processione quella che, grave ed austera, si snoda davanti ai suoi occhi all’interno della foresta: in prima fila procedono alcune figure biancovestite, che seguono le luci dei candelabri. Per poter vedere meglio Dante si sposta e vede lasciate dai candelabri sette strisce luminose, tracciate, sembra, da pennelli su tele, coi colori dell’arcobaleno: così lunghe che non se ne vede il termine. Sotto il cielo reso luminoso dai candelabri procedono ventiquattro seniori (vecchi), a due a due, coronati di gigli: cantano un inno alla Vergine: benedetta tu fra le figlie di Adamo, e siano benedette per l’eternità le tue bellezze “! Trascorrono i ventiquattro vecchi ed ora lo spazio fiorito è occupato da quattro animali, coronati di verdi fronde; ognuno ha sei ali, piene di occhi. Tra i quattro s’avanza un carro trionfale, a due ruote, tirato da un grifone, le cui ali si levano tra le strisce luminose senza toccarle, e così in alto che gli occhi non ne possono vedere la parte terminale. La testa e le ali del grifone sono d’oro, le altre parti bianche e rosse. Il carro per bellezza supera tutti i carri più celebri della storia di Roma: quello su cui entrarono in città Scipione l’Africano, Augusto, ed anche quello del sole che secondo il mito fu guidato malamente da Fetonte, contro il quale dovette giustamente intervenire Giove ad evitare che il cielo bruciasse. A destra del carro danzano tre donne, una così rossa che a stento si potrebbe distinguere nel fuoco, una di colore verde, come fosse tutta di smeraldo, la terza, bianca come neve appena caduta. Sulla sinistra danzano quattro donne, con un abito del colore della porpora, guidate da una che ha tre occhi sulla testa. Dopo, sfilano due vecchi: il primo in abito di medico, l’altro con una spada lucida e aguzza in mano. Poi seguono quattro personaggi di nobile portamento; ultimo, un vecchio, solo, con gli occhi chiusi e una faccia arguta. A questo punto la processione, quasi obbedendo ad un ordine, si ferma davanti al poeta.

Il canto, che ha il suo centro narrativo nella processione, è costruito sull’allegoria: difatti nella sua sostanza è un’interpretazione simbolica della storia umana o meglio delle forze ideali che sovrintendono alle vicende della storia dell’uomo. Nel paradiso terrestre l’uomo non conobbe il male e fu innocente: poi, caduto nel peccato, poté ottenere aiuto solo dalla Chiesa fondata da Cristo. La Chiesa è nella processione il carro trionfale, preceduto da sette candelabri, simbolo dei sette doni dello Spirito Santo (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio): di questi beni si illumina il cammino del cristianesimo, raccolto intorno alla Chiesa, punto di arrivo della storia dopo il peccato di Adamo. Di questo cammino sono preparazione i ventiquattro seniori, simbolo dei libri del Vecchio Testamento. Di Cristo sono diretti testimoni i quattro animali, simbolo dei quattro Vangeli (Marco, Matteo, Luca e Giovanni). Il carro rappresenta la Chiesa: il grifone per metà aquila e per metà leone rappresenta Cristo che ha due nature: divina (aquila) e umana (leone). Ad indicare le virtù che danno forza e solidità alla Chiesa, intorno al carro danzano tre donne a destra (le virtù teologali: fede, speranza e carità), a sinistra altre quattro (prudenza, fortezza, giustizia e temperanza che si dicono virtù cardinali). Il ritmo di danza è regolato per le prime tre dalla carità, superiore perciò alle altre due: tra le virtù cardinali la superiorità è della prudenza, dotata di tre occhi, ad indicare che ricorda il passato, conosce il presente, prevede il futuro. Seguono i due vecchi: quello vestito da medico è san Luca, qui ricordato come autore degli Atti degli Apostoli: l’altro armato di spada è san Paolo : la spada ne simboleggia il carattere di soldato della fede. I vecchi di apparenza umile sono Pietro, Giacomo, Giovanni, Giuda, autori di Epistole presenti nel Nuovo Testamento. Il vecchio solo è San Giovanni, autore dell’Apocalisse. Ormai il senso generale dell’episodio è chiaro: la storia dell’uomo comincia nel paradiso terrestre: per il peccato gli uomini sono precipitati nell’errore e nella disperazione. L’opera di salvezza comincia attraverso il popolo ebraico, l’unico, tra i popoli, restato fedele al vero Dio: e culmina con la Redenzione e la fondazione della Chiesa. Come sul piano storico, anche sui piano personale la via è la stessa: si deve tornare a Cristo, alla verità rivelata, di cui nel poema è simbolo Beatrice. Ella apparirà fra poco, per accogliere il pellegrino e portarlo nel mondo della beatitudine perfetta ed eterna.

 

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