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Paradiso terrestre. Apparizione di Beatrice

botticelli_thumb[1]Il canto prosegue la tematica del precedente: anche qui la scena centrale ha l’andamento di un rito ecclesiastico, di una liturgia che si celebra con grandiosità in una foresta che del tempio ha l’atmosfera solenne ed in parte anche l’architettura, anche se di proporzioni più ampie: infatti ha una volta che è il cielo, e colonne e pilastri che sono i fusti degli alberi che con le loro ombre invitano alla meraviglia e al raccoglimento. La processione si snoda davanti al sorpreso poeta: Matelda cede ora il posto di guida a Beatrice sulla quale come su protagonista si incentra tutto l’episodio. D’un tratto, obbedendo a un segnale espresso da un tuono, uno dei ventiquattro seniori — simbolo dei libri della Bibbia — intona un canto di invocazione alla sposa, perché venga presto: gli angeli intanto lanciano fiori sul carro, dove appare Beatrice vestita di bianco, verde e rosso: i colori delle virtù teologali. Dante che pur non ne ha ancora chiara coscienza intuisce che la donna velata è Beatrice, e avverte lo stesso sentimento di sgomento e di pienezza che gli era proprio quando in terra avvertiva la presenza dell’amata; smarrito si volge verso Virgilio per chiedergli aiuto: ma Virgilio, compiuta la sua missione, è scomparso. Solo il poeta piange: il suo è un pianto sommesso, un addio commosso a Virgilio, col quale aveva stabilito rapporti non solo intellettuali ma affettivi, come di figlio con padre dolcissimo. Ma il pianto esteriorizza il sentimento di dolore e di pentimento per un modo di vivere del tutto scorretto che ora l’incontro con Beatrice porta all’evidenza, anche perché quella vita di traviamento cominciò quando la sua donna morì. Allora aveva troppo fidato nella ragione, tutta fondata sul potere autonomo dell’uomo, e si era staccato da Beatrice, dalla verità rivelata; forse aveva, manifestato più di un dubbio sulle verità cristiane. Ed ora Beatrice torna a completare l’opera avviata da Virgilio di ristabilimento della verità e a ricondurlo a quell’esperienza di purezza dell’anima, di apertura verso l’assoluto, verso Dio, che si era in lui iniziata negli anni giovanili sotto la spinta determinante di Beatrice. La storia d’amore dei due giovani fiorentini diventa così la storia esemplare delle vie per le quali l’umanità si libera del peccato e riedifica il senso del divino: nata da un atto di amore, l’umanità si smarrisce dietro i fantasmi dei beni terreni, e dietro l’orgoglio e la presunzione suggerita dalla ragione si avvia verso una cultura e una civiltà destinate al fallimento. Così avvenne per il mondo classico: fu una civiltà nata da una società priva dell’apertura verso l’eterno e l’assoluto, ed ora vive chiusa all’interno di un castello e illuminata da una luce circondata da tenebre, nel limbo da cui emerge Virgilio; l’umanità trova invece se stessa quando si apre all’amore dell’Assoluto, di cui è esempio e tramite l’amore per una donna, che aiuta l’uomo a muovere dalla bellezza finita a quella infinita. Solo quando diviene cosciente, anche attraverso le esperienze spesso dolorose, della necessità di riaprire l’animo alla pace e alla limpidezza, (che pure fu offerta a suo modo dall’esperienza amorosa, quale è descritta nella Vita nuova), l’uomo Dante esce dal traviamento, accelera il processo di redenzione, varca il fiume e si ricongiunge attraverso la sua donna, a Dio, di cui la donna, Beatrice, è segno altissimo.

 

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