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Cerchio VIII, bolgia ottava. I politici frodolenti. Ulisse e Diomede. Il folle volo

Il canto nei primi versi si aggancia alla tematica morale dei canti dei ladri e in particolare alle scene di metamorfosi che hanno come protagonisti ben cinque fiorentini. Che un numero così rilevante di concittadini sia tra i ladri conferma Dante nella sua opinione che Firenze è ormai completamente preda della corruzione e della malvagità, perché la sua società è fondata sull’avidità di denaro e di potere e sulla violenza. Raccogliendo sinteticamente ciò che ha finora narrato della sua città (incontri con Ciacco, con Farinata, con Brunetto Latini ecc.) il poeta giunge alla convinzione che per Firenze non c’è altra via di uscita se non una punizione radicale, esemplare, perché possa essere avviata ad un ordine sociale fondato sulla misura e sulla saggezza. Per la propria esperienza e per il privilegio concessogli egli può parlare come un severo ed intrepido profeta biblico ed indicare quali sono le vie del male e quali della liberazione: le sciagure minacciate vogliono avere la funzione di un deterrente. Dopo questa prima parte, la scena comincia a riempirsi del personaggio di Ulisse: dapprima si ha una visione panoramica della bolgia, punteggiata da innumerevoli fiammelle vaganti, simili a lucciole in un tramonto estivo. Sono le anime dei consiglieri frodolenti o più esattamente di coloro che operando nella politica furono uomini di grandi capacità intellettuali, ma anche di perfida astuzia: coloro insomma che peccarono per abuso di intelligenza. Si tratta di anime talvolta cariche di un passato ricco di fama. Qualcuno di loro è protagonista di grandi opere di poesia. Quale atteggiamento assumere dinanzi ad anime che ospitarono peccato e nobiltà? Il problema è lo stesso che Dante si pose nel Limbo in presenza di filosofi, poeti, costruttori di stati, scienziati, non investiti dalla grazia. Il cristiano, superato il momento iniziale di radicalismo, si appropriò delle loro conquiste culturali ma le integrò con la tematica evangelica e teologica: ammirò per molti aspetti gli spiriti magni dell’antichità ma li vide incapaci di pervenire alla piena salvezza. Dalla stessa radice nasce l’episodio di Ulisse, posto in una sola fiamma con Diomede che gli fu compagno di avventure. Nei testi latini Dante trovò l’immagine — tanto diversa da quella omerica — di un Ulisse modello di uomo eroicamente proteso alla conoscenza della realtà. Ma quell’uomo era destinato al fallimento perché per lui il valore supremo, totale è l’uomo. Dante rileva la forza, il coraggio di Ulisse, ne segue con trepida commozione l’impresa, ma Ulisse non è per lui il modello dell’uomo cristiano. Il cristiano sa che in Dio vi è un aspetto sottratto alla conoscenza umana, come la montagna del purgatorio di cui Ulisse intravede il profilo. E sa anche che l’operato divino rientra in un disegno complessivo provvidenziale della cui razionalità e saggezza l’uomo non può mai dubitare anche se non ne possiede la chiave interpretativa. In quest’ordine rientrano il pensiero di Platone, la civiltà greca, l’impero romano ed anche Ulisse. «Ulisse perciò ci appare il prototipo dell’umanità’ pagana che, fidando nelle sue forze, è giunta tant’oltre da intravedere il monte del paradiso terrestre, quasi simbolo del punto estremo a cui può spingersi l’uomo per la sua intrinseca natura». Fallisce Ulisse, come accanto a lui era fallita tutta la civiltà classica, per mancanza di un elemento positivizzante — l’unico salvifico — la grazia. Nell’episodio la parte che si riferisce alla navigazione in un oceano ignoto ed avverso — sollecitata dal bisogno di conoscenza — ha fatto pensare alle prime navigazioni atlantiche compiute durante il Duecento. E qualcuno ha creduto di poter inferire che Dante in parte esaltava quelle avventure in parte le condannava. Ma per spiegare e capire l’episodio non è necessario ricorrere ai navigatori del Duecento. Ulisse è giudicato secondo una misura di moralità cristiana, secondo un principio perpetuamente vero ed operante: come, deve essere condannata la dismisura, il disordine, la cupidigia, così occorre condannare anche il cammino di chi procede troppo sicuro di sé e che per orgoglio rifiuta la cornice in cui tutto si compone, sol che si accetti di essere creature di un mondo che si può reggere con la giustizia, con le leggi, la pace: in una cornice così fatta non c’è posto per il protagonista, per colui che della storia si ritiene autore, punto iniziale e terminale. Diverse sono le motivazioni per cui all’inferno si trovano Socrate e Filippo Argenti, Ulisse e Vanni Fucci: ma c’è una ragione di fondo che tutti unifica: il rifiuto di accertare la volontà di Dio.

 

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