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Cerchio VIII, bolgia nona. Seminatori di discordia. Maometto. Bertram del Bornio

La prima impressione che si ricava dalla lettura del canto è di raccapriccio: la bolgia è un immenso carnaio di genti più o meno sconciate, mutilate. Davanti a noi è una sfilata di sventurati deturpati. Queste pagine dedicate ad un’umanità spettrale, spaventosamente tagliuzzata rispondono ad un gusto tipicamente medievale. La violenza che caratterizzava i rapporti sociali, la durezza delle guerre civili, le terribili prove cui erano sottoposte le popolazioni conquistate da eserciti, il concetto che la giustizia doveva esercitarsi sui corpi dei rei anche con ferocia, l’idea di una legge fondata sul dente per dente, costituiscono il presupposto culturale delle pagine che Dante dedica ai seminatori di scismi. Questa bolgia di deformi e di mozzati nella lingua o nelle mani è in fondo la dilatazione sul piano dell’eterno di quelle corti dei miracoli, di quei ghetti dove la carità o la forza pubblica riunivano tutti gli storpi, i ciechi, i malati inguaribili, abbandonati da tutti. Il canto si apre con un paragone tra il carnaio della bolgia e quello dei campi di battaglia di Puglia a mettere in rilievo la bruttura mostruosa delle figure umane stravolte. La prima anima, per il momento la più impressionante è di Maometto, più rotto che una botte sfondata: tra le gambe gli pendono le budella: è spaccato verticalmente dal mento all’ano. Gli è davanti, col volto tagliato, suo genero Ali. Così sconcia loro ma anche gli altri dannati un diavolo armato di spada: i dannati compiono il giro della bolgia e nel tragitto rimarginano i tagli: quando si ripresentano al diavolo, vengono ancora tagliati e così per sempre. Sono i semina tori di discordia, coloro che promossero scissioni religiose o provocarono discordie nelle città, negli stati, nelle famiglie. A chi si chiede come mai possa essere ritenuto scismatico Maometto, si deve ricordare che per il medievale la religione è una sola (quella cristiana): perciò chi opera fuori di essa è sempre, in quanto fondatore illegittimo di una religione non ammessa, uno che attenta all’unità della fede e della Chiesa. Altri peccatori osservati qui sono Pier da Medicina, Curione, che consigliò a Cesare il passaggio del Rubicone, Mosca de’ Lamberti colpevole di aver consigliato l’uccisione di Buondelmonte da cui ebbe inizio la lotta tra guelfi e ghibellini in Firenze. A questo punto si inserisce l’episodio di Bertram del Bornio, uno dei personaggi più orridi del poema. L’anima sorregge con una mano, presa per i capelli, la propria testa spiccata dal busto, che continua a camminare. La testa parla: l’anima è orridamente divisa in due. Il gusto del macabro che accompagna quest’episodio richiama anche per un confronto l’orrido che fu proprio della civiltà barocca. Si ricordino a questo proposito i molti monumenti funebri, i teschi, gli scheletri, i cadaveri vestiti ed esposti al pubblico in appositi corridoi catacombali, i crani appesi alle coroncine del rosario, che furono caratteristica della vita del Seicento, C’è qualche cosa di simile: però nel medievale non c’è il compiacimento del macabro ma l’osservazione della tremenda giustizia divina che punisce terribilmente per distogliere l’uomo dal peccato. Il peccatore diviso, lacerato, stroncato è solo il segno di quella lacerazione della legge divina. Ma qui la condanna di Dante investe coloro che al suo tempo con le loro discordie e risse dilaniarono i Comuni, sconvolsero l’esistenza di famiglie, lasciarono solchi di sangue dappertutto. In Bertram del Bornio Dante ha visto il simbolo di tutta una società percorsa da fremiti eversori, da forze contrapposte che travolgevano perfino gli innocenti. Perciò l’episodio diventa un atto di accusa contro la società che per il denaro e per i miti che al denaro si legano si è intimamente frantumata, ridotta ad un organismo perennemente e sanguinosamente diviso.

 

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