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Cerchio IX, zona seconda (Antenòra). Il conte Ugolino. Zona terza (Tolomea)

Il canto ha i suoi punti nodali nell’incontro con cittadini di Pisa e di Genova, due città in cui emblematicamente Dante ritrova confermata la sua diagnosi pessimistica sullo stato della civiltà comunale: nati dalla necessità di creare una società più  democratica e civile, ed un’economia più agile e moderna, i Comuni impigliatisi in una serie di guerre fratricide sembrarono col tempo regredire verso costumi di ferocia barbarica. Le lotte tra le fazioni, spesso verniciate di ideologie, tutte però alimentate dalla frenesia del potere e dal disprezzo del debole e del vinto, insanguinarono le città e coinvolsero nella distruzione anche gli innocenti. Su questo sfondo di violenza barbarica si colloca in un’ambientazione infernale di allucinante immobilità (ghiaccio; un deserto bianco popolato di teste; un orrido pasto cannibalesco) l’episodio del conte Ugolino. Il quale «è rimasto e rimarrà eternamente chiuso nei limiti feroci della sua società e della sua storia, dominate da tradimenti, crudeltà, odio, brama di potere, guerra; onde, come portato della illogicità umana, la dissoluzione del vivere civile, la corsa del genere umano alla dannazione, dolore interi a e nell’aldilà. Ugolino, nel fondo dell’inferno, diventa simbolo del male umano e della sua forza dissolvente. Intorno a lui, nella muda e nella ghiaccia infernale, c’è la città, c’è il mondo di cui egli è frutto: perciò l’angoscia ch’egli soffrì e ora in eterno soffre non può generare pietà per lui, ma per gli innocenti travolti da quel gorgo di passioni irrazionali’ (R. Ramat, Il Conte Ugolino, in « Cultura e Scuola », IV, 1965, pp. 13-14). Difatti l’episodio ruota su due temi che si congiungono e si riflettono: il tema della ferocia dell’uomo di parte, che conserva e rafforza le forme di ferocia e di brutalità che gli furono proprie in terra; l’altro della vita affettiva (e si può indovinare quella dell’arcivescovo, di un uomo di chiesa che non ebbe pietà per dei bambini condannati a morire di fame ed ora sta per sempre in una gelida immobilità, tormentato ed insieme suscitatore di odio per il ricordo che ridesta nel tormentatore) del conte Ugolino che è di strazio, di dolore e soprattutto di desiderio di vendetta. Il conte diventa il concreto simbolo di una società che ha tra le altre anche la responsabilità di assassinare gli innocenti: quei bambini non li uccise lui, ma è anche vero che di quella morte è indirettamente responsabile perché protagonista di una politica faziosa e proterva. Quei figli non stanno sullo sfondo ad accusare solo l’arcivescovo ma anche Ugolino. Questi è accusato anche come padre: non aiutò i figli perché impigliato nelle passioni che lo condussero nel carcere doloroso, perché dominato da quel feroce urto di forze che ora lo legano perpetuamente alla bestialità. E sono i figli, con l’offerta che fanno di sé come pasto alla fame del padre, a porsi come simbolo di una società così insaziabile da travolgere e metaforicamente mangiare i suoi figli. Ancora una volta dietro quei volti di ragazzi che implorano c’è il volto, brutale e rapace, di una società che presa dalla furia demoniaca del potere non sa salvare neanche gli affetti elementari. Della pietà per i caduti, per gli straziati dagli odi altrui, si fa portavoce Dante. Alla fine « la tragedia evocata da Ugolino è quella dei suoi figli, ed è più grande dei due protagonisti, è la tragedia della feroce ingiustizia delle parti, e del mondo e dell’umano destino» (M. Sansone, Il canto XXXIII dell’ «Inferno », in Nuove Letture Dantesche, Firenze, 1969). Corretto, dunque, il giudizio di chi distingue nell’episodio i due drammi, di odio e strazio del padre, e di pietà e tenerezza dei figli e tutto l’episodio unifica in un rapporto dialettico di odio e di pietà.

La seconda parte del canto affronta il tema, un po’ feroce, un po’ sarcastico, dell’anima che è all’inferno prima che il corpo abbia esaurito la sua carica vitale: un demonio si impossessa del corpo e lo regge secondo linee di apparente normalità mentre l’anima è già confitta in Cocito. Se l’episodio di Ugolino si incentra sulla interazione di orrore e di pietà, l’episodio di frate Alberigo (ancora un frate politicante) si svolge intorno ai motivi della perfidia cinica e spietata, così ottusa da diventare inconsciamente grottesca. E dietro frate Alberigo si affaccia Branca d’Oria, esponente della vita tortuosa di una città come Genova, centro di ignominia e di ingiustizia. Questi episodi più che l’incontro con Lucifero chiudono coerentemente l’inferno in cui confluiscono gli uomini che con i loro traffici, con la loro crudele brutalità, con la mortificazione delle leggi elementari della vita religiosa e morale hanno intorbidato e sconvolto la vita del Comune accelerandone il processo di disgregazione. A questa crisi di cui la prima cantica offre ampia casistica Dante non dà altra risposta se non quella che si addice alla sua coscienza e alle sue convinzioni: bisogna riedificare il mondo devastato da tanto male facendo perno sugli insegnamenti dati da Cristo e testimoniati da tanti santi, da tanti martiri, da uomini che non conobbero la violenza e respinsero la tentazione del denaro e del potere.

 

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