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Cerchio IX, zona quarta (Giudecca). Lucifero

I due punti estremi della storia dell’umanità, i due vertici di una visione sempre unitaria e vista come governata da una legge che giudica tutti e tutto, siglando di sé il positivo e il negativo, possono configurarsi come facenti capo a due imperatori: l’uno è l’imperador che là su regna, l’altro è l’imperador del doloroso regno. Nella concezione dantesca dell’universo, anche i regni del male e del bene sono pensati come società facenti capo a un potere a cui tutto converge e da cui tutto discende.

Ciò che Dante scorge, prima, nell’accostarsi a Lucifero è una costruzione simile a un mulino a vento : avverte anche un gelido vento. Le anime di quest’ultima zona dell’inferno, detta Giudecca, da Giuda il traditore di Cristo, sono dei traditori dei benefattori: totalmente coperte dal ghiaccio, sembrano pagliuzze imprigionate nel vetro: alcune sono a giacere, altre diritte in piedi o capovolte, altre piegate ad arco. Più avanti c’è Lucifero, l’orrido mostro che presiede a tutta la vicenda di intolleranza di sangue, di cupidigia che sconvolge la società. Dante lo immagina fisicamente immenso: un suo braccio è molto più grande di un gigante: è bruttissimo. Ha una sola testa ma con tre facce, antitesi della Trinità. Negli affreschi del battistero di Firenze, nella cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto, Lucifero ha tre teste: Dante invece gli ha attribuito una testa (simbolo dell’unità) e tre facce: quella frontale è di color vermiglio, quella a destra giallastra, quella a sinistra nera. Rappresentano l’impotenza, l’ignoranza, l’odio. Nella parte inferiore corrispondente a ogni faccia ha due larghe ali, sei in tutto, quante ne hanno i cherubini; le ali sono proporzionate alla grandezza del mostruoso uccello; sono senza penne come quelle dei pipistrelli, e, movendosi, generano il vento da cui si produce il gelo che serra il Cocito. Dai sei occhi lacrima perpetuamente: le lacrime miste a bava sanguinosa calano lungo i tre menti. In ogni bocca maciulla un peccatore: nella vermiglia Giuda che è coi piedi fuori e la testa dentro, nella nera Bruto, nella gialla Cassio, capovolti: i tre sono i traditori della Chiesa e dell’impero. Conchiusa la visione di Lucifero si riprende il viaggio per uscire dall’inferno. L’unica strada è offerta dal corpo di Lucifero: attaccandosi alle costole villose del mostro i due scendono fino all’anca, poi si girano su se stessi e riprendono a salire: sembra a Dante che stia per tornare indietro. Ma Virgilio gli spiega che essi, nel momento in cui si sono capovolti, hanno oltrepassato il centro della terra e perciò ora sono nell’emisfero australe. Quando Lucifero, respinto dal cielo, cadde sulla terra, vi penetrò attraverso l’emisfero australe: ma la terra di quell’emisfero, per orrore, si ritrasse producendo da un lato l’isola del purgatorio, e dall’altro un luogo vuoto che Dante chiama natural burella (cavità sotterranea). Attraverso questo corridoio sotterraneo i due si avviano verso l’apertura non ancora visibile: se ne avverte la presenza attraverso il suono delle acque di un ruscelletto. Salgono faticosamente i due per il « cammino ascoso », sempre tendendo al « chiaro mondo »; finalmente attraverso un «pertugio tondo » vedono le cose belle che porta il cielo: tornano a rivedere le stelle.

Così si conchiude l’Inferno, in tono minore, si direbbe, con una figurazione, quella di Lucifero, che ha i caratteri tipici del diavolo medievale, brutto, immenso, mostruoso ma incapace di suggerire sensazioni violente o sconvolgenti. Posto davanti a Lucifero Dante volle affrontare tre problemi:

  1. quello di trasferire in termini figurativi, in corpo, braccia, gesto l’essenza morale del male;
  2. quello del contrasto tra il male e il bene, dato che il male non ha vita autonoma e non può essere senza il bene;
  3. quello dell’origine dell’inferno.

Per quest’ultimo argomento Dante ha fatto ricorso ad una macchinosa storia di cadute, aperture di voragini, nascita di un’isola. Per il secondo problema si è riferito alle teorie medievali della concezione del male come esatta antitesi del bene: e poiché il bene è Dio, uno e trino, ha concepito Lucifero come un essere unitario con tre facce. Poiché l’ordine di Dio si attua attraverso le due supreme autorità dell’impero e della Chiesa, i sovvertitori della maestà divina e umana sono collocati nelle bocche del mostro, come sua naturale germinazione. Per il primo problema Dante si è rifatto a un principio medievale per cui il male è il fattore negativo, la negazione del bene che è l’unico fattore positivo sul piano morale: perciò il male nella sua consequenziarietà negativa tende a ridursi al nulla, all’assenza dell’anima, a diventare materia inerte e bruta: come Lucifero la cui unica vita è nelle ali che si muovono.

 

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