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Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

 

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

 

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E’ diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.

 

Risultato immagini per la quiete dopo la tempesta

La quiete dopo la tempesta è una poesia di Giacomo Leopardi, composta nel settembre del 1829 e pubblicata per la prima volta nel 1831. È formata da tre strofe a rima libera di endecasillabi e settenari, disposti irregolarmente, per un totale di 54 versi. Nella prima parte, il poeta descrive in tono festoso la vita che riprende dopo un violento temporale, mentre nella seconda vi è una meditazione dolorosa sull’inesorabile infelicità del genere umano, la cui unica gioia consiste nella cessazione momentanea del dolore. In quest’opera osserviamo delle similitudini con Il sabato del villaggio, un canto leopardiano che offre uno spaccato di vita paesana in attesa del giorno festivo: sia la festa sia la tempesta, infatti, sono eventi eccezionali che spezzano la monotonia della vita quotidiana. Il componimento si apre con una descrizione di un piccolo borgo rurale che, dopo un forte temporale che aveva provocato angoscia e spavento nei suoi abitanti, riprende lentamente le normali abitudini. La percezione del cessato pericolo è affidata, all’inizio, ai suoni emessi dagli animali: gli uccelli riprendono a cinguettare, mentre la gallina (ritornata sulla strada dopo la forte pioggia) ripete continuatamente il suo chiocciare. Leopardi descrive, poi, l’improvvisa comparsa del sole che, squarciando le nubi, inonda di luce la vallata circostante, con i suoi riverberi che risplendono anche sull’acqua del fiume (si potrebbe trattare del fiume Potenza, che scorre nella valle tra Macerata e Recanati). Anche gli uomini, rasserenati per la fine del temporale, ritornano alla consuetudine della routine: l’artigiano, cantando, osserva il cielo con gli attrezzi del lavoro in mano; una fanciulla è intenta a raccogliere l’acqua piovana appena caduta; l’ortolano ritorna a urlare da strada in strada per vendere la propria merce, e il tintinnio dei sonagli del carro di un viandante ci fa capire che, con il bel tempo, è stato possibile riprendere il suo viaggio. Con l’attacco della seconda strofa termina la parte descrittiva dell’idillio, e ha inizio quella filosofica, in cui il poeta pone alcune domande retoriche sul tema della felicità umana. Nella seconda parte della seconda strofa, Leopardi risponde alle sue stesse domande, sostenendo che il piacere è “figlio d’affanno”, nel senso che il piacere può derivare esclusivamente dalla cessazione del dolore: il piacere, quindi, può esistere solo in opposizione al dolore e quasi grazie ad esso, e ogni parvenza di felicità altro non è se non un’assenza di infelicità. Anche questo, però, è un crudele inganno della Natura, ironicamente descritta come “cortese”: scampare a un affanno, infatti, significa semplicemente rischiare di doverne affrontarne tanti altri in futuro, per cui l’unica soluzione definitiva al dramma dell’esistenza umana è, secondo Leopardi, la morte, una quiete perpetua che pone fine a ogni dolore, l’unico “dono” concesso agli uomini dalla Natura matrigna. La poesia si chiude con una sarcastica invocazione al genere umano (inizia al v. 50, «Umana prole cara agli eterni!»), con cui il poeta si prende gioco, in modo quasi sprezzante, di coloro che pensano che gli esseri umani siano predisposti alla felicità in quanto ben voluti dagli dei. Con questa riflessione, Leopardi apre la strada a un tema che verrà poi approfondito ne La ginestra, o il fiore del deserto. Analisi La prima strofa, che descrive il succedersi degli eventi dopo la fine del temporale, ha un ritmo molto vivace, che il poeta crea grazie alla ripetizione della parola “ecco” (v. 4 «Ecco il sereno […]», v. 19 «Ecco il sol che ritorna, ecco sorride […]»), grazie al frequente uso di settenari, di verbi collocati a inizio verso, e di verbi con prefisso «ri-» (ripete, rinnova, risorge, ritorna, ripiglia), per esprimere una sensazione di ripetizione o ripresa.

Questo senso di vitalità è reso anche grazie alla presenza di percezioni sensoriali, sia di natura sia visiva (il «sereno» che «rompe da ponente», la luce che riverbera sulle acque del fiume, le logge dei palazzi che si aprono una volta arrivato il bel tempo), sia uditiva (i versi degli uccelli e della gallina, lo strillo dell’erbaiuol e il tintinnio dei sonagli del carro del viandante).

Il raccordo tra la prima e la seconda strofa è affidato a un settenario (v.25 «Si rallegra ogni core»), dove Leopardi inverte l’ordine delle parole usate nell’ottavo verso («Ogni cor si rallegra, in ogni lato»).

Da qui in avanti, il ritmo del componimento rallenta, grazie all’uso dei settenari e alla lunga successione di domande retoriche: si tratta di una pausa studiata dal poeta per poter passare dalla descrizione alla discussione filosofica.

Nella terza strofa osserviamo la presenza di un lessico concettuale (parole come natura, dolor, morte, eterni, umana prole) e di una prevalenza degli endecasillabi.

 

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