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Quando, destato da un tuono, riprende i sensi, Dante si trova sull’altra riva dell’Acheronte: sull’orlo della voragine infernale, così oscura e profonda, che con l’occhio non riesce a perforarla. Virgilio lo invita a riprendere il viaggio, però il suo viso è pallido, talché Dante è indotto a ritenere che il maestro sia colto da timore. Ma non si tratta di paura: è solo angoscia provocata dalla visione della sorte toccata alle anime disposte in questa parte dell’inferno: lì è anche il suo posto. I due poeti si trovano nel primo cerchio che prende il di Limbo. Vi si sentono sospiri accorati: sono queste le manifestazioni del dolore (tutto spirituale) di una turba di bambini, uomini e donne. Virgilio spiega che gli abitanti del Limbo non furono peccatori: anzi, tra loro, ci sono di quelli che ebbero meriti altissimi, però insufficienti a salvarli: non ebbero il battesimo, che è condizione essenziale per essere cristiani e per aspirare al paradiso. Se vissero prima del cristianesimo e perciò non poterono avere quel battesimo che non era stato ancora istituito, non credettero nel Cristo venturo. A questa schiera di anime appartiene anche Virgilio che come gli altri grandi dell’antichità classica non fu colpevole di uno specifico peccato, ma fu privo della grazia. Il suo fu un peccato di natura religiosa: non ebbe la vera fede, quella in Cristo. Un velo di malinconia e di dubbio si stende sull’animo di Dante: come si può conciliare il contrasto tra i meriti della persona e l’intervento della Grazia? perché mai gli uomini grandi e giusti dell’età precristiana devono essere relegati in un luogo che, nonostante tutto, è di pena? é giusto che soffrano solo perché ignorarono il mistero della Redenzione? Dante, credente, avverte il contrasto tra ragione e fede; ma accetta il mistero imperscrutabile del dogma divino. Vorrebbe ottenere, a sua consolazione, l’assicurazione che gli uomini grandi della vita morale e intellettuale saranno un giorno o l’altro salvati. Perciò chiede al maestro se mai dal limbo è uscito nessuno che sia poi asceso al paradiso. Sì: i grandi patriarchi biblici, Adamo, Mosè, Noè, Davide, che varcarono la soglia del paradiso aperto dal sacrificio & Cristo. Per gli altri non c’è speranza.

L’attenzione dei due viandanti è poi fermata da una luce che forma un emisfero: il luogo che si intravede attraverso la luce sembra abitato da gente degna di molto onore. Chi sono questi spiriti che appaiono così onorati, e così distinti dagli altri da sembrare privilegiati? Furono uomini — spiega Virgilio — di eccezionale vita culturale e morale, godettero di molta fama, e per questo la divinità li fa vivere nella luce, distinti dagli altri e in una condizione di effettiva aristocrazia. A questo punto risuona una voce che invita gli spiriti ad onorare Virgilio che ritorna dal viaggio in terra compiuto per recare soccorso a Dante. « Onorate l’altissimo poeta: l’ombra sua torna, che era dipartita». Dal gruppo si staccano quattro anime; il loro atteggiamento è quello che caratterizza questi magnanimi del limbo: severo e grave,’ «sembianza avean né trista né lieta ». Tra i quattro quello con la spada in mano (simbolo della poesia epica) è Omero, l’altro è Orazio, il terzo è Ovidio, l’ultimo, Lucano: tre romani e un greco. Si accostano a Virgilio, lo festeggiano, Io onorano: è un omaggio al poeta, implicitamente alla poesia. Così si forma per breve tempo una compagnia di grandi poeti che riconoscono in Omero il poeta «dell’altissimo canto», della grande poesia epica. I cinque discutono, ragionano tra loro e poi si volgono a Dante con un cenno di saluto come a un loro pari : il maestro sorride dell’onore che si fa al suo discepolo. I sei continuano a procedere e giungono ai piedi di un nobile castello (un castello che ha le caratteristiche dei castelli medievali) in cui abitano gli spiriti magni, che si distinsero per sapienza ed intelligenza. Intorno al castello, circondato da sette cerchi di alte mura, corre un fiumicello: dentro, al centro, vi e un prato di erba verde e fresca (allegoricamente il castello è simbolo della filosofia, i sette cerchi, delle sette parti della filosofia). Vi è una folla di anime autorevoli, dignitose, piene di riserbo: parlano in modi misurati e dolci. Da un poggetto i sei possono vedere tutti gli spiriti magni, i magnanimi che in tempi antichi e recenti nobilitarono la vita intellettuale e civile dell’umanità. Si dispongono a gruppi: da un lato il gruppo troiano e romano: Elettra, madre di Dardano, fondatore di Troia, Ettore, Enea, Cesare dagli occhi grifagni (di falco), Camilla, l’eroina italica che morì combattendo contro i Troiani, il re Latino e sua figlia Lavinia, che andò sposa ad Enea, Giunio Bruto che cacciò Tarquinio il Superbo e inaugurò la repubblica, e Lucrezia, moglie di Collatino che fu donna di eroica onestà, e Giulia, figlia di Cesare, e Marzia, moglie di Catone d’Uticense, e Cornelia, madre dei Gracchi. In disparte il Saladino, il Sultano maomettano che combatté contro i crociati così lealmente che questi ne ebbero stima e ne recarono notizia in Occidente. Un altro gruppo è quello dei filosofi che fanno cerchio attorno ad Aristotele, il maestro di color che sanno, il filosofo che la cultura medievale ritenne il più alto della civiltà greco-romana: tutti lo onorano: più vicino a lui sono Socrate e Platone, e poi Democrito il quale sostenne che il mondo si è formato per una casuale aggregazione di atomi, Diogene il cinico, Anassagora, Talete, Zenone: c’è poi uno scienziato, Dioscoride autore di un trattato sulle erbe medicinali, e due filosofi romani, Cicerone e Seneca; e ancora due poeti mitici, Orfeo e Lino, il grande matematico Euclide l’astronomo Tolomeo, il medico Ippocrate, e infine due grandi filosofi arabi: Averroè ed Avicenna. Ma Dante e Virgilio sono impegnati nella prosecuzione del viaggio; e perciò si staccano dagli altri e giungono poco dopo in un luogo totalmente buio.

OSSERVAZIONI SUGLI ARGOMENTI DEL CANTO

Il limbo costituisce nella topografia dantesca dell’inferno il primo cerchio. Dante ne ricavò l’esistenza dai testi teologici e dalle leggende; non c’è stato mai però un intervento del magistero ecclesiastico che ne abbia imposto l’esistenza come articolo di fede. C’era pure una tradizione precristiana (anche, ebraica) che ne 9ffermava l’esistenza. Nel Vangelo si legge che Cristo, dopo la morte, si reco anche nell’inferno, ne infranse la porta e ne trasse le anime che avevano creduto in lui venturo e ne avevano preparato l’avvento con le loro profezie e con la loro fedeltà alla vera fede. Accanto a questo limbo di attesa, si credette anche in un altro limbo, quello dei bambini, morti senza battesimo. Dante aggiunge ai bambini anche gli adulti che vissero senza peccato ma privi della fede cristiana. Ed insieme coi grandi dell’antichità classica accolse anche i grandi maomettani che pur vissero dopo Cristo. Il problema di Dante è qui quello del destino ultra terreno degli infedeli: devono essere respinti, nonostante la loro grandezza, la loro purezza? Dante non mette in discussione il principio che tutta la storia è cristocentrica, ma non può eludere il problema del trattamento da riservare ai religiosamente lontani da Cristo. Diede una risposta di compromesso: le anime non cristiane devono essere allontanate dal paradiso, ma non possono essere, ovviamente, collocate all’inferno. Ne sono sul limitare, non sottoposti ad una pena fisica bensì ad una tutta spirituale: un inesausto desiderio della visione divina. Di conseguenza il tono dell’episodio è di malinconia e di tristezza.

Dalla cultura medievale giunge
a Dante l’amore dei testi classici; accanto alla Bibbia, ai Vangeli, alle opere di teologia, l’altra fondamentale componente della cultura dantesca è data dagli autori latini: Virgilio soprattutto, e Orazio e Ovidio e Seneca e Lucano e Cicerone alimentarono il suo spirito: su di essi formò il suo stile e costruì il suo sistema di conoscenza. Non poteva trovarli in paradiso: costruì per loro un surrogato di paradiso e li collocò in un castello aristocratico dove essi conducono un’esistenza improntata ad una distaccata saggezza. Appartati, senza speranza di salvezza ma con desiderio di essa, formano una sorta di ideale accademia dove si raccolgono a conversare. L’episodio, carico dell’ammirazione del poeta per quelle eccezionali figure, si risolve in un atto di omaggio reso da un Poeta a coloro che in ogni tempo hanno celebrato la cultura e la poesia senza altra prospettiva che quella della conoscenza della realtà e dell’uomo: qui fu il loro limite, nell’assenza cioè di Prospettive ultraterrene ma pur vinte sono creature che conservano anche qui intatta tutta la nobiltà della loro vita terrena.

 

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