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La storia della letteratura e del pensiero inglesi di questi anni è, in buona parte, la storia delle diverse reazioni al compromesso Vittoriano; tutto ciò è ben visibile nelle opere in prosa dei maggiori saggisti dell’epoca.

Macaulay, Thomas Carlyle, John Ruskin e Matthew Arnold, gli scritti dei quali illuminano sui molteplici e contrastanti aspetti dell’età vittoriana. Il pensiero riformatore e la saggezza laica dell’Ottocento sono esemplificati nella forma più convincente e disinteressata dal filosofo ed economista John Stuart Mill, che, lontano da ogni metafisica e trascendenza religiosa, elaborò una concezione “utilitaristica” che si esprimesse nella convinzione dell’uguaglianza dei sessi, dell’istruzione come fondamento per la democrazia e della capacità umana di progettare un mondo migliore.

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Il Reform Bill

Il “Reform Bill”, che nel 1852 allargò il diritto di voto rinnovando il sistema elettorale, segnò la prevalenza dei collegi elettorali cittadini su quelli sempre più spopolati delle campagne(i rotten horougbs, i borghi putridi) e di conseguenza il passaggio del potere dai proprietari terrieri agli industriali, che comportò cambiamenti anche a livello culturale. Il “Reform Bill” viene generalmente considerato lo spartiacque fra periodo romantico ed età vittoriana, un momento di grandi contraddizioni sotto la maschera dell’equilibrio e della rispettabilità. Il progresso dell’industria britannica nella prima metà dell’Ottocento fu spettacolare: l’espansione delle città industriali e la crescita del benessere della borghesia (con la sua fiducia incrollabile nel progresso) non potevano tuttavia nascondere la sovrappopolazione delle città, la povertà, la mancanza delle più elementari condizioni igieniche nei quartieri poveri e lo sfruttamento della manodopera sottoposta a orari di lavoro impossibili (anche donne e bambini). Queste condizioni produssero nel paese la scissione “in due nazioni”, come vennero definite dal primo ministro Disraeli: la classe operaia e quelle privilegiate.

Il compromesso vittoriano

Per impedire che la frattura fra le due nazioni sfociasse in una guerra sociale e ostacolasse lo sviluppo industriale, le classi dirigenti britanniche attuarono quello che viene chiamato il “compromesso vittoriano”. Con questa espressione si indica la fiducia nel fatto che la Rivoluzione industriale possa generare progresso e vantaggio materiale per tutta l’umanità. Tuttavia, a questa consapevolezza, non corrisponde la presa di coscienza dell’ambiguità e delle contraddizioni del progresso: la società vittoriana, anche nei sui rappresentanti più colti, ignora spesso clamorosamente i problemi che la rivoluzione tecnologica stessa aveva creato da tempo (i lavoratori urbani continuano a vivere in condizioni di estrema povertà e di costante sfruttamento)

La seconda fase, che si estende fino al 1901, è caratterizzata dalla «reazione anti-vittoriana››. Si tratta, infatti, di un periodo di forte reazione contro la fase precedente. Scrittori e intellettuali si impegnano ora, in forme diverse, in un’azione di potente denuncia sociale. Scrittori come Thomas Hardy, William M. Thackeray, George Eliot, Oscar Wilde appartengono a questo periodo.

 

 

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